Archivi giornalieri: 1 settembre 2016

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PATTY PRAVO ⚫La Trilogia Phonogram ⚫ PRAVISSIMA ⚫ Rassegna Stampa 

​​PRAVISSIMA Rassegna Stampa 

Patty Pravo 


La trilogia Phonogram

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Di vero in fondo 

Per aver visto un Uomo Piangere e Soffrire Dio si trasformò in Musica e Poesia 

 Si… incoerenza

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1971 – Iniziano e proseguono sulle note di tre pregevoli lavori discografici (incisi per la Phonogram tra il 1971 e il 1972) alcune delle pagine artistiche più ricercate e raffinate, proposte da Patty Pravo nel corso della sua lunga carriera. Anticipato da segnali di profondo cambiamento, già da alcune precedenti produzioni del 1970, questo momento magico inizia a prendere forma e suono con l’uscita dell’album Di vero in fondo, primo felice episodio di una trilogia musicale che sembra fondersi e completarsi tra i solchi di un unico ed esclusivo concept-album, completamente orchestrale. Questo primo microsolco (pubblicato all’inizio dell’estate) si apre con un classico della grande canzone francese, Foglie morte (“Les feuilles mortes”) che, come Tutt’al più dell’anno precedente, prevede nell’introduzione un intervento recitato, quasi a voler mostrare, prima di ogni cosa, il taglio stilistico da interprete teatrale più che da cantante di musica leggera. Ecco subito sgombrarsi il campo da dubbi e fraintendimenti per coloro che fossero rimasti, fuori tempo massimo, a ballare sulla pedana del Piper Club. Il secondo brano, …e tornò la primavera, viene scritto appositamente per l’artista e porta la firma di Francesco Guccini e Deborah Kooperman. Nel terzo brano, Samba-Preludio, la presenza di un illustre ospite (Vinicius De Moraes) impreziosisce un raro e struggente duetto di nobile radice brasiliana. L’atmosfera si tinge di nero, così come gli abiti da sera indossati con classe e disinvoltura nelle pubbliche apparizioni: la nostra baby dark lady affronta Brel per la seconda volta con Canzone degli amanti (“La chanson des vieux amants”) ed è credibile anche nel parlare d’amore da donna vissuta, proprio come Edith Piaf o Juliette Gréco, malgrado i suoi ventitré anni. La prima parte (quando ancora gli album erano inevitabilmente proposti su due facciate) si chiude con Di vero in fondo, brano intriso di malinconia e rimpianto, scritto da Gino Paoli. Un’incursione nel repertorio di Neil Diamond, con Soolaimon, apre la facciata B, sottolinea la dimensione internazionale del disco. Seguono un omaggio a Lucio Battisti con Emozioni e l’ormai classica Love story (di Francis Lai), già pubblicata in primavera nel formato 45 giri. Questo brano, molto popolare, estratto dalla colonna sonora dell’omonimo film ed  eseguito da decine di importanti artisti in tutto il mondo, non entusiasma più di tanto l’artista che non ha mai nascosto di averlo inciso e ricantato solo per dovere contrattuale. Con Wild world di Cat Stevens (cantata in lingua originale) e “Lonely days” già incisa dai Bee Gees (diventata in italiano Il buio viene con te) si chiude questo primo album, fratello maggiore di Per aver visto un uomo piangere e soffrire… e di Si… Incoerenza, dai quali sembra davvero impossibile poterlo separare…

 

Per aver visto un uomo piangere e soffrire Dio si trasformò in musica e poesia – Questo secondo e intrigante album nasce idealmente alla fine del percorso musicale del precedente, di cui è la spontanea continuazione ed evoluzione. Naturalmente non mancano alcune eccezioni, la prima delle quali sembra proprio essere il pezzo che apre la facciata A del disco: l’intensa Morire… dormire… forse sognare, dove Patty Pravo incontra il pop sinfonico dei New Trolls. Estratto dal loro famoso Concerto grosso (dove viene interpretato in inglese) questo brano, tradotto da Sergio Bardotti, pieno di fascino ed atmosfera, incanta l’ascoltatore fin dalle prime note. La musica rassicurante e le parole intrise di speranza di Lanterne antiche (“Antique Annie’s magic lantern show”), insieme al nuovo incontro con la musica brasiliana di Vinicius De Moraes in Poema degli occhi (“Poema dos olhos da amada”), riconducono invece alle tracce di Di vero in fondo, l’album pubblicato soltanto cinque mesi prima (il primo della trilogia Phonogram). Poi, la prima grande sorpresa, Storia di una donna che ha amato due volte un uomo che non sapeva amare (“The same old chair”), brano scritto da David Shel Shapiro e tradotto da Vito Pallavicini. Più che una canzone, un piccolo film, un cortometraggio della durata di circa nove minuti, sofisticato e complesso: una bella prova per l’interprete, qui nel pieno della sua maturità vocale e perfettamente a suo agio tra i virtuosismi della grande orchestra. Preghiera (“Bright tomorrow”) è brano che ha l’onore di aprire la seconda facciata dell’album: Patty Pravo, col suo canto accorato, riesce a dialogare con Dio in un’atmosfera tanto più vicina al soul, quanto lontana dagli hits del recente passato. Tutto il disco è assolutamente privo di canzoni di richiamo commerciale, e in questo senso osa ancora di più del precedente, ricco com’è di composizioni “rubate” tra le pieghe di un repertorio internazionale di alta qualità ma poco conosciuto in Italia. In effetti nel disco non viene inserita nemmeno la ormai famosa Non ti bastavo più, incisa nello stesso periodo e pubblicata solo in formato 45 giri, a settembre, due mesi prima dell’uscita del Long Playing, in occasione della partecipazione di Patty Pravo alla Mostra Internazionale di Musica leggera di Venezia. Tra i “furti” nobili del repertorio estero troviamo Un uomo una donna una bambina (“Do yourself”) e Un volto bianco sulla neve (“I do love you”), quest’ultima pubblicata molti anni dopo anche nella versione in inglese, dalla Raro! Records, insieme ad altre rarità incise in questo periodo. Le interpretazioni di tutti questi brani, molto intense e a volte disperate, ci fanno scoprire un’artista inedita e teneramente malinconica. Le profonde sfumature e l’accentuazione dei vibrati, già presenti in alcuni pezzi dell’album “Patty Pravo” del 1970 (“Una conchiglia”, “All’inferno insieme a te” e “Motherless child”), qui si caricano ancor di più di pathos attraverso interpretazioni quasi melodrammatiche. Ancora un brano di Shapiro, T. L. & R. (Thunder, lightning and rain), inciso e pubblicato anche dall’autore nell’album Affittasi (1972), insieme ad altri suoi brani scelti da Patty Pravo nel “periodo Phonogram”. L’album si chiude al ritmo contagioso della corale Follow the lamb, quasi un invito a seguire ancora la scia luminosa di questa stagione musicale particolarmente magica.

 

1972 – La coerenza di stile, nella scelta dell’immagine e del repertorio, che ha caratterizzato la carriera di Patty Pravo nei primi anni Settanta, contrasta non poco con il titolo di questo album: Si… incoerenza chiude infatti questo interessante periodo con un ulteriore sigillo di qualità e di raffinatezza. Due brevi versioni strumentali de La solitudine (“La solitude”) di Leo Ferré, aprono e chiudono un disco ancora una volta completamente orchestrale, diretto magistralmente dal grande Bill Conti. Patty Pravo, sempre in prima linea nelle sfide con se stessa, affronta subito My Way, un grande classico, con maturità e convinzione, ed è credibile anche grazie al testo italiano, quasi autobiografico, di Andrea Lo Vecchio, che la trasforma in A modo mio. Con Non so perché mi sto innamorando (“The way of love”) e Per me amico mio (“A Cowboy’s Work is never Done”) proseguono le gradevoli incursioni nel repertorio internazionale: la prima, incisa dall’artista anche nella versione inglese originale, verrà pubblicata, per la prima volta, dalla Raro! Records, nel 1995. Nel disco è presente anche Lover man, ma qui purtroppo il confronto con i mostri sacri del jazz non trova Patty all’altezza di un genere musicale che decisamente non le appartiene. Due nuovi brani originali, Io e Un po’ di più vengono inseriti con l’intenzione di incrementare le vendite dell’album, ma anche nella versione 45 giri, che precede l’uscita del microsolco, non ottengono il successo commerciale sperato. Si… incoerenza mantiene comunque le sue qualità peculiari, grazie alla presenza di ben altri contenuti. Ed ecco infatti tra i solchi del tanto rimpianto vinile, le vere perle di questo nuovo lavoro: Valsinha (Vinicius De Moraes, Chico Buarque), tradotta da Sergio Bardotti, Col tempo (“Avec le temps”) e Piccino (“Petite”), dal repertorio del maestro Leo Ferré. Brani senza tempo, sui quali sono già state spese milioni di parole e che ancora oggi riescono a colpire dritto al cuore senza bisogno di ulteriori mediazioni. Senza infamia e senza lode Solo un uomo, che però gode dell’intensa e grintosa interpretazione di Patty Pravo, definita in questo periodo, dai critici musicali, cantante espressionista, in bilico tra un autentico esistenzialismo e un’artificiosa teatralità. In realtà l’accento drammatico, quasi sempre presente in questa trilogia, risulta a volte esasperato. Da molti, inoltre, non viene accettato il repentino cambiamento d’immagine, da regina del beat/pop a inaspettata interprete degli chansonniers francesi. In realtà, a distanza di molti anni, tutto diventa più comprensibile e spiegabile. Patty Pravo, guidata da un’innata curiosità e da una forte predisposizione al cambiamento, iniziava proprio allora un percorso di ricerca personale e artistica che l’avrebbe portata, oltre che a giocare con le mille sfaccettature del suo personaggio, a toccare tutti i generi musicali possibili ed immaginabili, rischiando ogni volta di avvicinare e allo stesso tempo allontanare diverse generazioni e tipologie di pubblico. Atteggiamento che è sempre stato la croce dei discografici e dei produttori italiani, inevitabilmente coinvolti nel rischio di perdere quelle fette di mercato che con le “bambole” e le “pazze idee” sarebbero risultate sicure e redditizie.

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Si… Incoerenza

Per aver Visto un Uomo piangere e Soffrire Dio si trasformò in Musica e Poesia 

Di Vero in Fondo

Rosario Bono – 3.6.2009
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 tratto da 

PRAVISSIMA – WordPress – https://pravissima.wordpress.com

PATTY PRAVO (1968) ⚫ PRAVISSIMA ⚫ Rassegna Stampa 


PRAVISSIMA Rassegna Stampa 
PATTY PRAVO (1968)

PATTY PRAVO (1968) …io mi sono sempre domandato (e una notte me lo sono domandato così intensamente che non sono riuscito a prendere sonno) come mai escono ogni giorno long playing di cantanti meno bravi e noti di te e non è ancora uscito il tuo. Va a finire che qualcuno può anche sospettare che tu sappia soltanto cantare “Ragazzo triste come me e te…”, “Oggi qui, domani là”, o “Tu mi fai girar come fossi una bambola”. Lo so che tra spettacoli, televisione, radio, caroselli e tournées non hai mai avuto il tempo di chiuderti per una settimana in una sala di registrazione ma, perbacco, che aspetti a trovarlo? Non ti solletica l’idea che la gente possa finalmente apprezzare il gusto e la classe delle tue interpretazioni di “Old man river” o di “Yesterday”? E poi, dacci almeno la possibilità di avere nella nostra discoteca un tua bella foto di copertina formato trentatre giri…

 

DA UNA TELEFONATA IN FORMA DI RIMPROVERO FATTA A PATTY PRAVO DAL DISC-JOCKEY RENZO ARBORE E PRECEDENTE ALLA REGISTRAZIONE DI QUESTO MICROSOLCO

 

Con questo amorevole “appunto” di Renzo Arbore, inserito all’interno della copertina del primo album, inizia l’intrigante avventura discografica a 33 giri di Patty Pravo. Dopo due anni esatti dalla firma del contratto con la RCA e nel pieno del successo internazionale del singolo La bambola, i tempi sembrano maturi per proporre al grande pubblico un intero long playing. Oltre a La bambola (il brano che darà il titolo alle stampe dell’album destinate al mercato estero) la scelta delle altre dieci canzoni che compongono il primo microsolco, ricade inevitabilmente e in gran parte, sui recenti successi dell’artista, già pubblicati in versione 45 giri: Se perdo te, Qui e là, Se c’è l’amore, Ragazzo triste.

 

Non mancano però alcune sorprese, come Yesterday e la cover di To Give (The Reason I Live), diventata Io per lui dopo essere stata portata al successo, in Italia, da I Camaleonti (“Io per lei”). Due brani invece, non sembrano trovare una precisa collocazione in questo album d’esordio, Five foot two eyes of blue e Old man river: il primo, pur essendo un divertissement a ritmo di charleston, risulta alla fin fine più noioso che ironico, mentre il secondo, in un eccesso di interpretazione troppo americanizzata, sfocia nell’effetto caricaturale della parodia.

 

La vera sorpresa di questa sorta di compilation, in verità non molto ben assortita, rimane, a mio avviso, Ci amiamo troppo (cover di River deep mountain high di Ike & Tina Turner), un brano struggente, trascinante e dirompente, inciso magistralmente da Patty Pravo all’inizio del 1967, insieme ad altre interessanti canzoni (rimaste purtroppo inedite negli archivi RCA). Molto efficace anche la rilettura di I just don’t know what to do with myself, in italiano Se mi vuoi bene, composta da Burt Bacharach.

 

Un vero peccato, invece, l’esclusione di un brano che sicuramente avrebbe impreziosito l’intero microsolco, ovvero Canzone per te (di Sergio Endrigo), presentata dall’autore al Festival di Sanremo, edizione 1968, in coppia con Roberto Carlos. Di questo brano esiste un rarissimo provino, un’unica versione, tecnicamente imperfetta nel canto e poi mai più corretta e/o ripresa dalla cantante.

 

Una nota particolare la merita la copertina, realizzata da un’ormai mitico scatto di Fernando Muscinelli. E’ la fotografia di una biondissima e fatale Patty di bianco vestita, appoggiata come una bambola su un divano dai cuscini in pelle rosso fuoco, tipicamente Anni Sessanta. L’ultima Diva, sofisticata e irraggiungibile, “bella e impossibile”, ecco la cifra stilistica scelta e fortemente voluta per la costruzione e il lancio della nuova immagine del personaggio…

 

L’album, in verità premiato più dal pubblico che dalla critica, ottiene comunque un buon successo di vendite, sia nei confini del nostro Paese (il disco raggiunge anche il primo posto in classifica) che all’estero, dove viene ampiamente distribuito.

 

Una curiosità discografica: la stampa americana del disco contiene versioni differenti dei seguenti brani: LA BAMBOLA, SE C’E’ L’AMORE, SE MI VUOI BENE e FIVE FOOT TWO EYES OF BLUE.

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Rosario Bono 11.6.2011

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Patty Pravo ⚫ Selezioni Bibliografiche  ⚫ BLA, BLA, BLA… 

Patty Pravo – Selezioni Bibliografiche 

Testo tratto daBLA, BLA, BLA… 


Nel 1990 annunciarono il mio nome tra i partecipanti al Festival di Sanremo. Vengono da me gli organizzatori e mi fanno ascoltare una canzone di Danilo Amerio dal titolo Donna con te. “Vorremmo che la cantassi tu” mi dicono. Io la ascolto e non nascondo qualche perplessità. Non mi convince. Ma loro insistono. “Guarda, ci teniamo tantissimo e poi, se non ti piace qualcosa, puoi cambiarla”. Alla fine, accetto. “Va bene, però mi assicurate che posso cambiare anche il testo”. “Quello che vuoi”. Chiamo un mio amico attore e cantante, sardo di origine, ma romano di adozione, Marcello Murru, e gli chiedo di cambiare le parole, di raccontare una storia completamente diversa e, soprattutto, di togliere due versi orribili che dicevano: “Le tue mani su di me / stanno già forzando la mia serratura”, che avevano un significato ben preciso nel contesto della frase. Lui scrive un testo bellissimo: racconta l’incontro fugace tra due ragazzi, che si conclude, come nella poesia di Garcia Lorca, alle cinque della sera. Cambiamo anche il titolo: non più Donna con te, ma Fandango. Sento gli organizzatori: “Tutto a posto, vero? Perché io sto lavorando alla canzone e sto cambiando tutto”. “Tranquilla, Patty. Fai quello che vuoi”. Prepariamo il 45 giri. Luciano Tallarini riprende una foto mia, un bel primo piano, dal servizio che avevo fatto per Oltre l’Eden… e stampa addirittura la copertina. A pochi giorni dal Festival, mi chiamano gli organizzatori: “Patty, c’è un problema”. “Che problema?” dico io- “La canzone non si può cambiare”. “Benissimo, allora non vado a Sanremo”. Il 20 febbraio convoco una conferenza stampa per annunciare il mio ritiro. E dico agli organizzatori: “Ragazzi, io mantengo sempre la parola data, ma voi dovevate mantenere la vostra. Avevo detto che avrei partecipato al Festival con Donna con te e lo ribadisco, ma voi mi avevate assicurato che si poteva cambiare il testo di questa canzonaccia. Ora mi dite che non si può fare e allora fatela cantare a qualcun altro, perché io, questa roba qui, non la canto nemmeno morta”. La dettero ad Anna Oxa che, in ventiquattr’ore, cambiò tutto come pareva a lei, parole comprese. Le permisero di fare ciò che a me era stato negato. La Oxa, in quell’occasione, fu bravissima. Riuscì a imparare il testo a memoria in poche ore, e cantò bene e in un modo che si capivano addirittura le parole…

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BLA, BLA, BLA… – PATTY PRAVO con Massimo CottoMONDADORI (2007)