PATTY PRAVO ▪ Mistero Stupendo ▪ BIOGRAFIA ▪ Part.1

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​Patty Pravo

Mistero Stupendo

di Claudio Fabretti, Giuliano Delli Paoli 

Con la sua voce possente, aliena, provocante, ha stravolto ogni canone legato alla figura della interprete femminile in Italia. Diva trasformista, impenitente vamp, ha cavalcato cinque decadi tra continui colpi di scena. Con l’elite del cantautorato italiano ai suoi piedi. L’indecifrabile mistero della “depravata” Strambelli, dal Piper ai giorni nostri Tweet

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ondarock.it

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PATTY PRAVO 

Mistero Stupendo

Parte 1

Claudio Fabretti, Giuliano Delli Paoli

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Ondarock / italia /

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Patty Pravo – Autunno 1966. 

E’ un sabato qualunque, un sabato italiano. C’è “Canzonissima” in tv, anzi “Scala Reale”, come si chiamava quell’anno l’edizione del più nazionalpopolare dei teleshow. L’espediente della lotteria è una sfida tra squadre di cantanti. Ce n’è una capitanata da Françoise Hardy, la fata-chansonnier francese che, a quattro anni da “Tous Les Garçons Et Les Filles”, ha ormai infranto milioni di cuori. L’altra squadra è più sfigata: al posto dello charme parigino, quello più ruspante del crooner de noantri Michele. Ma tra le sue file c’è la vera sorpresa della serata. Una diciottenne veneziana all’esordio, minuta e filiforme, due grandi occhi verdi truccatissimi nascosti dietro una cascata di capelli biondi, vestita con un completo nero di Yves Saint Laurent. Canta “Ragazzo triste”, una cover di “But You’re Mine” di Sonny & Cher, e la trasforma subito in un inno dei giovani beat degli anni 60. Con una performance così conturbante da far sobbalzare sulle poltrone persino i teleutenti più impigriti. Nasce così, la leggenda di colei che – come Mina, e forse più di Mina – diverrà la “diva” per antonomasia della canzone italiana.

Nicoletta Strambelli in arte Patty Pravo era “Prava” fin dalla nascita.

Figlia della buona borghesia veneziana, cresce in un ambiente colto e stimolante, dedicandosi allo studio del pianoforte e della danza classica. Dal soprano Toti Dal Monte al Cardinale Roncalli (futuro Papa Giovanni XXIII), fino ad arrivare ai due celebri talent-scout della musica “leggera” italiana degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta, Gianni Boncompagni e Renzo Arbore, passando per Luigi Tenco, Peggy Guggenheim ed Ezra Pound: furono questi i primi spettatori di una giovanissima Nicoletta Strambelli. Fin da piccola, la Strambelli ha sempre inseguito nobili sentieri, studiando pianoforte con Mazzin Crovato, direzione d’orchestra con il Maestro Ettore Gracis, solfeggio e armonia con il Maestro Amendola, e trascorrendo gran parte della sua adolescenza con gli artisti della Biennale. Il suo destino era già scritto: quarant’anni dopo diventerà l’unica artista italiana, insieme a Pavarotti, ad aver venduto oltre cento milioni di dischi nel mondo.

Fin dalle primissime esibizioni private, quando si faceva chiamare ancora Guy Magenta, la chanteuse veneziana ha sempre stupito la propria platea, incantandola attraverso un mix esplosivo di sensualità motoria e imprevedibilità scenica, sorretta da un’ugola robusta, teatrale, afrodisiaca e asessuata al tempo stesso.

Singolare ed estroversa anche la scelta del proprio nome d’arte. Al conservatorio, infatti, la Strambelli studiava, tra le tante cose, Dantismo, e l’unica parte che amava realmente era l’Inferno. Da qui, nacque l’esigenza di proiettare quel suo piacere attraverso una nuova identità artistica: “Pravo” richiama le “anime prave” dei vari gironi. Quanto a Patty, era semplicemente un nome ricorrente in quel periodo, e inoltre si sposava benissimo con “Pravo”. Una scelta che conferma appieno il suo profondo dualismo interiore, il suo essere “anticonformista”, a tratti “eretica”, ma allo stesso tempo eternamente sedotta dalle masse e dai sipari televisivi.

Mediamente ostile ai giornalisti e alle celebri lusinghe altrui, la biondissima Patty ha sempre seguito il proprio “Io”, restando, il più delle volte, ostinatamente fedele al proprio istinto musicale. E così destarono non poco scalpore i plateali rifiuti ad alcune proposte cinematografiche eccellenti. De Sica le propose d’interpretare “Il giardino dei Finzi Contini”, e Antonioni le suggerì “Professione: reporter”. Finanche Fellini cercò la sua chioma, mentre Luchino Visconti si “limitò” a considerarla la sua cantante preferita. A renderla distante anni luce dal resto delle altre grandi interpreti nostrane dell’epoca non erano solo il suo inconfondibile look, fatto di giacche maschili, vertiginose minigonne e vesti orientali, ma soprattutto le sue esternazioni pubbliche, unite a una vita sentimentale sempre vissuta in perenne agitazione, tese ad attirare inevitabilmente l’attenzione: “Gli uomini me li fumo come sigarette”.

Quella che segue è la sua storia. Una storia che non può non cominciare nella più celebre discoteca romana degli anni Sessanta.
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