PATTY PRAVO ▪ Mistero Stupendo ▪ BIOGRAFIA ▪ Part.4

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Patty Pravo

Mistero Stupendo

di Claudio Fabretti, Giuliano Delli Paoli 

Con la sua voce possente, aliena, provocante, ha stravolto ogni canone legato alla figura della interprete femminile in Italia. Diva trasformista, impenitente vamp, ha cavalcato cinque decadi tra continui colpi di scena. Con l’elite del cantautorato italiano ai suoi piedi. L’indecifrabile mistero della “depravata” Strambelli, dal Piper ai giorni nostri Tweet

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ondarock.it

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PATTY PRAVO 

Mistero Stupendo

Parte 4

Una romantica chansonnier

Simbolo incontrastato dell’emancipazione femminile in Italia e icona gay, Patty Pravo è ricercatissima ovunque. Dalle trasmissioni tv alle pubblicità di Carosello (sponsorizzerà perfino il gelato “Paiper”!). Ma è soprattutto il cinema a tentarla. Antonioni la vuole in “Professione Reporter”, De Sica ne “Il giardino dei Finzi Contini”. Lei però dice sempre no: “Troppo faticoso alzarsi alle 6 del mattino per essere sempre sul set”. Così anche la parte della cyber-girl nel telesceneggiato “A come Andromeda” dura solo qualche ciak.

Nel 1970 partecipa al festival di Sanremo con “La spada nel cuore”, in duetto con Little Tony, vincendo, tra l’altro, il premio della critica. E’ l’anno dell’abbandono definitivo del beat, in favore di quella canzone romantica d’autore di cui ormai la Nostra è regina indiscussa.

Così, la famosissima hit “Per te”, firmata Battisti-Mogol, entra dritta nei cuori di tutte le donne italiane. A segnare il secondo album omonimo, Patty Pravo (1970), dalla inquietante copertina gotica e sepolcrale (sarà ribattezzato per l’appunto “Cimiteria”), è l’alternanza ottimamente distribuita di cover, del calibro di “Non, Je Ne Regrette Rien” di Charles Dumond e Michel Vaucaire (resa eterna già nel 1960 dalla grandissima Edith Piaf), “Something” dei Beatles (forse il pezzo più bello mai scritto da George Harrison), interpretato in maniera ancor più struggente da un’incandescente Patty; di brillanti italianizzazioni di pezzi già celebri nel resto del mondo, vedi “Gocce di pioggia su di me” (rilettura di “Raindrops Keep Fallin’ On My Head”, composta l’anno precedente da Burt Bacharach e Hal David per il film “Butch Cassidy”), di istantanee contestualizzate nel passato più triste, come “1941 (ancora a firma Mogol) e di ispiratissime ballate in crescendo poetico (“Una conchiglia”). A introdurre il disco, invece, è ”The Day That My Love Went Away”, composta dai Cyan Three. Trattasi di un celere arpeggio pastorale, teso, se non altro, a spianare la strada, irta di drammaticità e rassegnazione, della successiva “Il mio fiore nero”.

Patty Pravo viene inciso in diverse versioni per il mercato spagnolo, tedesco, giapponese e francese. Ed è proprio a Parigi che una scatenatissima Strambelli balla, canta e seduce i cugini transalpini nel Galà del Capodanno ’70-’71, “Bravo Pravo”, mastodontico show organizzato dalla televisione francese. Saranno i primi fuochi d’artificio del futuro sodalizio con il pubblico e la critica d’oltralpe.

La Rca coglie la palla al balzo e, sfruttando l’eco francese, intitola il suo nuovo album proprio Bravo Pravo (1971). Il disco segue la scia del suo predecessore: è interamente registrato in Francia, ma è ancora una volta l’italianità melodica del periodo, perfettamente trasmessa al paese attraverso la saga televisiva di “Canzonissima”, ad alternarsi saggiamente alle varie cover straniere. Spiccano questa volta cadenze da musical broadwayano, (“Cry Me A River” e “You Make Me Love You”), omaggi a Jacques Brel (“Non andare via”, la versione della sua celebre “Ne Me Quitte Pas” che farà innamorare anche Dalida), drammi amorosi che lievitano imperterriti, costruiti in perfetto stile radiofonico nostrano (“Tutt’al più”, col suo teatralissimo recitato iniziale), bucoliche visioni introdotte in folk appeal (“Chissà come finirò”), riflessioni sentimentali acute e sbarazzine, (“Chi ti dirà”) e l’ennesima sviolinata beatlesiana (“The Long And Winding Road”). A chiudere il sipario, è l’agiata spensieratezza di “Parlez Moi”, scritta dall’amico Robert Charlesbois.

Il disco però è un mezzo flop: colpa in gran parte della mancata promozione, a seguito dell’annunciato cambio di etichetta della Pravo, che in quello stesso anno passa dalla Rca alla Philips/PhonoGram.

Insistendo sulla strada della raffinata canzone internazionale, Patty Pravo fa uscire Di vero in fondo (1971), raccolta di altre cover e interpretazioni d’autore. Il 45 giri di traino abbina “Love Story”, versione cantata del tema composto da Francis Lai per il film omonimo, e la traccia che dà il titolo all’album, firmata da Gino Paoli e Ninì Carucci. Poi, una lunga teoria di cover, dalla “Wild World” di Cat Stevens al Brasile di Vinicius De Moraes, anche vocal-guest in “Samba Preludio”, dal Guccini di “…E tornò la primavera” alle “Emozioni” di Battisti, passando per star del pop internazionale, come Maurice Gibb dei Bee Gees (“Lonely Days”, tradotto in “Il buio viene con te”) e Neil Diamond (“Soolaimon”). Le consuete fascinazioni francesi fruttano il nuovo omaggio a Brel (la “Canzone degli amanti”, traduzione a cura di Bardotti/Del Prete di “La Chanson Des Vieux Amants”) e l’iniziale “Foglie morte”, riadattamento musicato dell’omonima poesia di di Jacques Prevert.

L’operazione funziona e il disco ottiene buoni riscontri di vendite, alimentando anche oltralpe la fama della giovane Strambelli, che nel frattempo continua a rilasciare interviste surreali: “Il mio rimpianto? Non essere un rospo. Mi hanno detto che quando fanno l’amore stanno uno sopra l’altro per un anno intero…”.

Quasi “gemello” del predecessore, Per aver visto un uomo piangere e soffrire, Dio si trasformò in musica e poesia (1972) è di certo il suo disco più riflessivo, dove meditazione e contemplazione evocano scenari lugubri mai sentiti fino ad allora nel suo repertorio melodico. La liturgia amorosa di “Morire… dormire… forse sognare” (da un testo di Shakespeare) spiazza pubblico e critica, mentre “Lanterne antiche” mostra una Patty nelle inedite vesti di folksinger. “Poema degli occhi” di Vinicius De Moraes è un’intensa raffigurazione mistica, dove fluiscono poesia narrativa e un pacato folclorismo dal tessuto malinconico.

“Storia di una donna che ha amato due volte un uomo che non sapeva amare (“The Same Old Chair”)”, brano scritto da Shel Shapiro e tradotto da Vito Pallavicini, è una piccola suite melodrammatica della durata di nove minuti; in esso Patty è sostenuta egregiamente da un’orchestrina, e svaria tra il puro racconto e improvvise alzate di tono, sospinta da violini in festa, coretti, e sospiri jazzati. Le atmosfere spirituali di “Preghiera” avvicinano la ragazza del Piper al soul americano di stampo ecclesiastico, mentre è ancora un brano di Shapiro, “T. L. & R. (Thunder, Lightning And Rain)”, inciso e pubblicato anche dall’autore nell’album “Affittasi” (1972), ad allontanare ulteriormente la Strambelli dalla commercialità spicciola del periodo. Il disco, infatti, è interamente concepito senza hit. Desterà curiosità e scalpore la scelta di escludere dalla scaletta la famosa “Non ti bastavo più”, incisa nello stesso periodo e pubblicata solo in formato 45 giri, due mesi prima dell’uscita del Long Playing, in occasione della partecipazione di Patty Pravo alla Mostra Internazionale di Musica leggera di Venezia.

Prodotto dalla stessa Pravo, con Bill Conti e Luis Enriquez Bacalov in veste di arrangiatori, Per aver visto un uomo piangere e soffrire, Dio si trasformò in musica e poesia è sicuramente uno dei lavori più coraggiosi della cantante veneziana, e costituisce di fatto il vertice dalla trilogia targata Philips.

Terzo capitolo di questa sorta di opera in tre atti è Sì… incoerenza, dove il nume francese di riferimento diventa Leo Ferré, “saccheggiato” in uno dei suoi classici, “Avec Le Temps” (perfettamente reinterpretato), e in altri due episodi (“Petite” e un breve orchestrale da “La Solitude”). Non mancano altre cover un po’ ingombranti, come la “My Way” di Frank Sinatra che diventa “A modo mio”, mentre la recente infatuazione per il Brasile frutta un’interpretazione sentita di “Valsinha”, un piccolo gioiello a firma Vinicius De Moraes e Chico Buarque de Hollanda. “Non so perché mi sto innamorando” è invece una cover di “The Way Of Love” di Dalida, con la quale si consolida un ideale “fil rouge”.

Timbro basso ingolato, saliscendi vocali e la tipica declamazione strascicata sono ormai i capisaldi di una chanteuse-charmeuse di successo. Ma anche la fase Philips/PhonoGram è giunta al termine, con le immancabili beghe legali del caso: oggi qui, domani là… la nuova destinazione, però, è la stazione di partenza.
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