Archivi giornalieri: 22 ottobre 2016

PATTY PRAVO ▪ RASSEGNA STAMPA – CHE BRAVA RAGAZZA TUTTA DROGA SESSO e ROCk and ROLL ( 1983 )

PATTY PRAVO 

 RASSEGNA STAMPA 

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CHE BRAVA RAGAZZA TUTTA DROGA SESSO e ROCk and ROLL 
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Luce e buio: tra questi due poli oscilla Patty Pravo, al secolo Nicoletta Strambelli, nata a Venezia il 9 aprile 1948, venuta alla ribalta al Piper di Roma nel 1966, trionfante con la sua voce artificiosa in canzoni aggressive e seducenti (“Ragazzo triste”, “La bambola”, “Tripoli 1969”, “Pazza idea”, “Pensiero stupendo”), in testa alle classifiche per 15 anni, improvvisamente dimenticata, in volontario esilio da 4 anni a San Francisco, sulla mitica costa del sound più sofisticato, adesso in prossimità di un rilancio che, come tutti i ritorni, potrebbe sbalordire o cancellare per sempre anche il ricordo di un passato splendore. Adesso, con lo sguardo retrospettivo a una carriera che ha compiuto il suo primo ciclo, e che sta per affrontarne un secondo, come se dovessimo fare la conoscenza di una persona completamente nuova, cominciamo da una certezza: che Patty Pravo, in tutti questi anni, è stata sempre “over”, oltre. Oltre, con il successo afferrato per caso e tenuto con salda protervia, senza cedimenti, fino all’altro ieri. Oltre, con il denaro (ha guadagnato, sembra, più di 10 miliardi) sperperato con allegra e torbida incoscienza, tanto da rasentare più volte il lastrico. Oltre, con il sesso praticato con golosa libertà. Oltre, con la droga, anzi con tutte le droghe possibili. Oltre, con il pudore, tanto da farsi fotografare prima integralmente nuda nella sofisticata allusività di Penthouse, e poi, ancora completamente nuda, senza più ambiguità, su rotocalchi di bassa pornografia. Eppure tutto le pare ancora nuovo: “Nasco adesso”, esordisce. “Finora è stato solo tirocinio. Adesso so perché esisto. So cosa voglio fare”.


Un tirocinio, però, che ti ha reso famosa… A me non è passato mai per la testa di volere diventare famosa. Lo sono diventata perché ho fortuna e talento, ma non ho fatto niente per esserlo.

Però hai fatto di tutto per accreditare un’immagine maledetta del tuo personaggio. Nei primi anni Settanta persone come me erano maledette solo perché erano libere. Libere sessualmente, libere mentalmente. In più giovani, ricche e famose. Le ragazze non scopavano allora, nessuna diceva quel che faceva. E se scopavano si nascondevano. Perfino le gambe nascondevano. E io, invece, portavo le minigonne. Droga, omosessualità, triangoli d’amore: ho fatto tutto anni prima degli altri, quando queste cose non erano ancora delle mode, quando esprimevano semplicemente un temperamento più libero e accelerato degli altri. Eppure non sono diventata né una drogata, né una omosessuale, né una donna corrotta. Ho avuto una vita estremamente brillante, e uso la parola brillante per dire che ho avuto una vita che brilla, una vita pura.

Puoi raccontarci la storia di questa vita? Te la racconto a fumetti: “Lei venne alla luce in una splendida città costruita sull’acqua. Ebbe una meravigliosa infanzia in casa dei nonni paterni, perché i suoi genitori erano troppo giovani e troppo belli per avere voglia di avere subito una figlia tra i piedi. I nonni erano persone incantate e le insegnarono la libertà, accettando qualsiasi sua stravaganza. A quattro anni cominciò a muovere le dita sulla tastiera di un pianoforte, ma invece di esercitarsi con le scale pretese di suonare subito “La primavera” di Stravinskij. Aveva due lunghe trecce che era solita schiarire prima con la camomilla, poi con l’acqua ossigenata. Studentessa al Conservatorio, si rifiutò di fare educazione fisica con le ragazze perché erano sporche e non facevano altro che alludere alla loro femminilità. Per l’ora di ginnastica, si fece assegnare a una classe di soli maschi. Conobbe persone meravigliose, amici dei suoi nonni, come l’attore Cesco Baseggio, il patriarca di Venezia Roncalli, e Peggy Guggenheim, che non le insegnò, purtroppo, il segreto dell’accumulazione del capitale. Tutti i giorni incontrava il poeta Ezra Pound alla Giudecca e passeggiavano per lunghe ore in silenzio, perché Pound a quell’epoca aveva smesso di parlare”.

Questo è il tuo fumetto. Ma la vita? Il sesso, per esempio? Il sesso non è mai stato un problema per me. E’ uno dei vantaggi che ho avuto dal crescere con dei nonni come i miei. Non mi hanno mai detto la fatidica frase: “Questo non lo devi fare perché è male”. Mi hanno solo avvertita: “Attenta, perché puoi rimanere incinta”. Così ricordo la mia “prima volta”: aveva nevicato, Il campiello sotto casa era un bianco intatto. Scesi appena sveglia perché avevo voglia di lasciare le mie orme su quel candore. Ma non andai a scuola. Andai a scopare nella villa di uno più grande di me. Avevo 14 anni.

E quando sei tornata a casa l’hai raccontato ai nonni? Certo. Eravamo a tavola. Il nonno ha continuato a mangiare senza spostarsi di un millimetro, anche perché oltre la nonna aveva due concubine, e ha commentato la novità in modo favorevole: “Questa ragazza ha proprio il sangue di famiglia”. La nonna è rimasta più traumatizzata ma non ha detto e fatto niente. C’era poco da fare, e poi parliamoci chiaro: una scopata ben fatta non era meglio che andare a far ginnastica con quelle disgustose ragazze che parlavano soltanto di mestruazioni? Ah, che bei tempi quelli per il sesso!

Ma come? Non hai appena detto che, invece, erano tempi duri? Sì, ma poi sono arrivate persone come me che hanno cambiato il mondo, il mondo dell’eros s’intende. Persone che hanno rivelato i desideri acquattati in ognuno, e hanno insegnato ad esprimerli. Anche a livello di massa, a partire da quel momento, si è fatto meglio l’amore. Adesso, invece, tutti ne parlano e nessuno lo fa. Oppure, tutti lo fanno ma con poco gusto.

Vuoi spiegare, da esperta, cosa è successo? In questo momento il sesso è in crisi. Non nel senso di scopare, perché tutti ormai scopano. Ma non c’è più piacere, non c’è l’attrazione che è indispensabile per fare bene l’amore. La maggior parte delle persone oggi scopa davanti alla televisione accesa. E davanti a quel video ti sdrai, diventi indifferente alla cosa che stai facendo, e l’attrazione, il magnetismo finiscono per averli solo i suoni e le immagini che escono dall’elettrodomestico.

In questo mondo di tecnologia, può sopravvivere l’amore? In una fase come questa, secondo me, è diventato molto difficile dare vita ad una intensità di emozioni, di stimoli, di fantasie nel rapporto con l’altro sesso, come è accaduto in un passato anche abbastanza recente. L’altro sesso se ne è accorto e in più ha gli stessi problemi: denaro, potere, affermazione personale. Insomma, la carriera. Risultato: tempo da dedicare all’amore zero, e da qui pessime scopate. Sarà per questo, sarà perché dentro di me resistono valori arcaici, ma io continuo a pensare che il lavoro di madre sia, in fin dei conti, il più bello, il più rispettoso, il più importante fra tutti i lavori femminili. E che, nella società, l’unica cosa che rimarrà indistruttibile, tra le varie macerie delle cosiddette evoluzioni, è la famiglia.

Molto edificante. Ma finora la tua vita, se non sbaglio, non si è attenuta a questi principi severi. E’ la verità, perché non mi piace restare fuori da nessuna esperienza, né dalla più stravagante, né dalla più normale. Alla grettezza del mio ambiente ho dovuto opporre la vita. Penso che non ci sia niente di più squallido, di più orrendo, della fauna che popola la musica leggera italiana, anche comparandola a mignotte, miliardari, famiglie reali, leader politici e trafficanti di droga.

Una volta si diceva che non si dovrebbe sputare nel piatto… Chi non c’è stato in mezzo non lo può sapere. Gli addetti ai lavori sono persone, salvo poche eccezioni, di una indegnità totale. Parlo, prima di tutto, di indegnità professionale. Una massa di falliti che non sapendo fare altro si improvvisano esperti. Gente che va avanti a forza di chiacchiere e non fa il lavoro seriamente: dall’agente all’organizzatore, dal produttore al direttore artistico, che di artistico non ha nulla. Per non parlare della cultura musicale: quello che ne sa di più ha, alle spalle, una qualche sala danzante o un’orchestrina di terz’ordine.

Ma quelli che tu chiami squallidi personaggi hanno fatto di te la diva del rock italiano. L’industria italiana del disco è un’industria molto giovane, 30 anni di vita o poco più, senza tradizioni, senza strutture. Chi produce un disco in Italia pensa di mettere sul mercato un oggetto d’arte. Ma, invece, si tratta soltanto di una saponetta. Saponette volgari, saponette di lusso, saponette indistruttibili. Il compito dei discografici dovrebbe essere, quindi, quello di produrre, vendere ed esportare saponette, senza proiettarci sopra la loro grettezza, la loro miopia, la loro ipocrisia. Fuori dalla metafora, che cosa gliene importa a un discografico della vita privata di un cantante? Invece, è proprio lì che inzuppano il pane. Gli ultimi cinque anni della mia carriera sono stati incredibili.

Cosa ti hanno fatto esattamente? Per loro l’ideale sarebbe stato che Patty Pravo, dopo 15 anni di splendida carriera, fosse morta. L’alone funebre (rughe, depravazione, miseria, malattie incurabili) in cui hanno tentato di avvolgermi come in un sudario è un’offesa che non dimentico e non perdono. Un’altra, più fragile di me, si sarebbe uccisa. Con Mina, e la sua grassezza, hanno fatto la stessa cosa. E ora tentano di farlo con due professioniste serie come Loredana Bertè e Donatella Rettore. Quando 4 anni fa, già nel pieno della campagna denigratoria, uno di loro, nel bel mezzo di un accordo contrattuale, mi ha chiesto per garanzia di mostrargli il braccio per controllare se era liscio o bucato, ho capito che la misura era colma e li ho piantati in asso. Via, negli Stati Uniti, in un paese grande, libero e in cui se qualcuno si azzarda a fare insinuazioni del genere dopo non più di quattro settimane deve sborsare miliardi di danni.

Tu, però, in questi 15 anni non ti sei risparmiata nessun tipo di provocazione. E va bene. Cominciamo dalla droga. Vogliamo capirlo che a metà degli anni Sessanta la droga era più che altro un gioco? Entravi nei salotti e c’erano montagne di coca pura. Dall’ Oriente tornavano gli amici con pani di hashish, marijuana o con le palline d’oppio. Dalle Americhe altri amici arrivavano con gli allucinogeni, chimici e no. Si cazzeggiava versando agli ignari punch all’ Lsd, offrendo torte drogate, tirando a più non posso. Era la scoperta di qualcosa che prima sul mercato non c’era, così come, dopo la guerra, un’intera generazione ha scoperto il whisky facendo strage di cellule epatiche.

Secondo te, quindi, la droga al suo apparire in Italia non ha fatto scandalo? Mi ricordo che una sera a Roma andai con Anita Pallemberg, allora compagna di Keith Richard, uno dei Rolling Stones, e Donyale Luna (morta) alla farmacia di San Silvestro per comprare una bomboletta di ossigeno a testa. Poi ci mettemmo a passeggiare su e giù per il Corso, mascherine al naso, respirando l’ossigeno. L’ossigeno ti fa andare su di giri. La gente si fermava sbalordita a vedere un terzetto del genere, ma nessuno dallo stupore passò all’insulto. Non eravamo altro che tre esibizioniste un po’ strambe, a spasso per la città. Tutto qui. Nessuno scandalo. Un’altra volta uscimmo dal Piper per andare a una festa da Gato Barbieri che, in quel periodo, aveva affittato una villa fuori Roma. Partì una carovana di macchine di tutte le cilindrate (Rolls-Royce, Ferrari, fino alla Topolino) stipate di gente “fatta”. La macchina di testa imboccò a un certo punto un viottolo cieco. Le altre tranquille dietro; e la carovana imbottigliata si bloccò in mezzo alla campagna. Nessuno era in grado di innestare la retromarcia. Ci accampammo nel buio. Dentro e fuori le macchine c’era chi continuava a “farsi”, chi scopava, chi cantava, chi dormiva. Qualcuno piangeva. Di felicità, però. L’irragionevole, irresponsabile, idiota felicità di sentirsi giovani ed eterni.

Com’era il mondo allora? Se penso a quegli anni mi sembra che il mio tempo non sia stato scandito dai giorni e dalle notti, ma piuttosto dai concerti e dai party. In tutte le parti del mondo, gente normale e star di fama internazionale si incrociavano tra barattoloni di cocaina e di eroina, taniche di alcool, montagne di musica, e un oceano d’ amore. Sono gli anni in cui ho incontrato i miei più cari amici: Mario Schifano, Mick Jagger, David Bowie, Keith Richard, Jimi Hendrix, Anita Pallemberg, Donyale Luna e tanti altri. Molti sono morti.

Ti sei mai innamorata di qualcuno di loro? Mario è un fratello amato, l’unica persona a cui ho chiesto una volta centomila lire senza vergognarmi, perché tra me e lui c’è una parità assoluta. Non ho mai scopato con David anche perché, quando lo conobbi a Roma, era qui con moglie e figlio, e a me non piace particolarmente scopare uno davanti alla moglie e al figlio. E non ho scopato né con Keith, né con Mick. Erano incontri creativi, tutti noi facevamo musica, e il momento del sesso non è mai scattato. Magari, poi, la prima volta che li incontro a un party finiamo in bagno e facciamo tutto. Non si può mai dire.

Droga e musica, dal jazz al rock, sono legate in un modo che sembra indissolubile. Perché? Io non penso che la droga possa tirare fuori genialità, perché la genialità o c’è o non c’è. Penso invece che ci siano musiche come il jazz, come il rock, dove si usa molto l’istinto. E la droga, a volte, può aiutare l’istinto. La cosa vera è che fare musica di questo tipo stravolge, e fa vivere una vita survoltata. E’ difficile essere inseriti nella società, perché la tua realtà è fuori, in quel tipo di musica.

Se incontri un uomo che ti piace, e sei già innamorata di un altro, che succede? Io sono stata innamorata, ho amato, e sono stata amata tantissime volte. E questa è già una cosa miracolosa. In alcuni casi sono stata veramente trascinata in una passione d’amore e, per qualche breve periodo, ho avuto la straordinaria sensazione di essere completamente presa dalla persona amata. Però, proprio in quel colmo di beatitudine, come se la pienezza portasse altra pienezza, ho avuto la sensazione che la felicità d’amore fosse come un lunghissimo corridoio: si apre una porta e subito dopo ce n’è un’altra. La spalanchi, ed eccone un’altra ancora, all’infinito.

Un uomo solo, insomma, non ti basta? Non è una questione di quantità. E’ questione di varietà. A me piace stare con due, tre uomini. Anzi, penso che l’idea dell’ harem mi si addica. Questa mia disponibilità crea talvolta degli equivoci, e perché la situazione sia perfetta occorre una giusta intesa con il partner. Un episodio assurdo è quello che mi è capitato con i due Paul. Stavo incidendo un disco a Londra nel 1975, Paul Martinez faceva parte del complesso come suonatore di basso. Paul Jeffery dava una mano alla consolle e quando era necessario integrava il complesso suonando la chitarra. Mi piacevano tutti e due, e facevo l’amore con tutti e due. Ma l’attrazione vera, da capogiro, ce l’avevo solo con Paul Martinez. Finita la registrazione sono tornata in Italia. Dopo qualche giorno avevo già voglia di Paul Martinez. Penso: “Sarebbe bello andare con lui a Bali”. Un attimo dopo squilla il telefono: “Hallo, Nicoletta, Paul speaking…”. Lo interrompo entusiasta: “Ti andrebbe di venire a Bali con me?”. “Of course”, dice lui. Dopo qualche ora Paul si presenta alla mia porta, tutto vestito di bianco. Solo che era Paul Jeffery. Per equivoco entrava trionfalmente nella mia vita. E ci rimase, poi, per cinque anni, mica soltanto per quindici giorni… In quei cinque anni naturalmente ho trovato il modo di rivedere anche Paul Martinez, e ricordo un viaggio in automobile, una sfolgorante Mercedes, da Verona a Roma, tutta autostrada e tutto amore. Nella Mercedes eravamo in tre. Paul Jeffery davanti, alla guida, Paul Martinez e io dietro, stretti in una scopata senza fine. Quando arrivammo al casello di Roma avevamo ancora addosso gli abbaglianti di un camion che, incollato alle spalle, non ci aveva mollato un istante durante tutto il viaggio. Paul Jeffery aveva guidato con grande cautela per non disturbarci.

Ma questo modo d’agire non ti pare un poco esibizionistico? Può anche essere. Ma io non credo. Qualche giorno fa, a Milano, mi è capitato di fare l’amore per strada, appoggiata a un’automobile rossa, sotto la casa di un mio amico, il cantante Ivan Cattaneo. Non mi sono sentita esibizionista neppure un po’. E sai perché? Ero dentro un’onda musicale. Avevo cominciato a fare musica con Ivan fin dal pomeriggio. Poi è arrivato un altro amico, bello, giovane, simpatico, ma che di musica non sa nulla. E’ un industriale. Non avevamo mai fatto l’amore prima, e ne avevamo una voglia furiosa tutti e due. Così siamo scesi in strada. Poi, sono tornata su e ho continuato a fare musica con Ivan fino all’alba. Io sono una persona geniale, e il mio equilibrio rasenta la follia, perché è un equilibrio perfetto. Tendere alla perfezione, avvicinarsi al punto limite, al punto di rottura delle cose, è un rischio tremendo. Io ho accettato di correrlo non per una scelta mentale, ma perché sono nata così.

E quando senti di rasentare la follia? Sempre. Perché, secondo me, i veri umani, quelli che pagano per tutti, sono gli schizofrenici. La società li isola, li castiga, li frustra… Tra loro e me c’è, però, una differenza piccola ma decisiva: che loro sono degli schizofrenici che stanno dentro, e io sono una schizofrenica lasciata fuori.
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LUDOVICA RIPA DI MEANA

LEuropeo1983

 

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Raul Rizzardi RitZ‘Ó – Facebook / WordPress                                                                                                                                                                                                                                                                                 

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PATTY PRAVO ▪ RECENSIONI ALBUM Songs – IDEOGRAMMI

PATTY PRAVO 
RECENSIONI ALBUM Songs 

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IDEOGRAMMI 

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Più che un disco, uno spazio pieno di idee-immagini che cattura con atmosfere sottili e sofisticate. Un album difficile ma allegro, che porta il sorriso e tanta voglia di muoversi. Un tentativo inconsueto di coniugare esperienze di musica contemporanea (recentemente, con il musicista Sylvano Bussotti) con i ritmi del pop e del rock, che strizza l’occhio alla musica etnica (Maras è impegnato in ricerche etnomusicali da tempo), ai ritmi tribali, ai suoni degli aborigeni, pur facendo i conti con le tecnologie più avanzate. Un lavoro affascinante e unitario caratterizzato da una costante ricerca creativa, da un profondo sodalizio con i più importanti rappresentanti dell’avanguardia artistica cinese, musicale e non (coro di amici pittori su Partenze), raccontato da una voce di immutato splendore. Un album da ascoltare e riascoltare, raffinato ed originale, ricco di toni tenui e misteriosi. Ideogrammi è stato scritto a Roma a casa di Patty, che è coautrice di tutti i brani, assieme a Fulvio Maras e a Marco Rosano, musicisti di razza dalle tante esperienze, ed è stato registrato a Pechino allo studio Centofiori. Un disco comunque fatto in casa con computer – campionatori – synt analogici, e riversato in Cina dopo aver lasciato prendere ai computer una “boccata d’aria cinese”. Con questo nuovo lavoro Patty si sottrae al meccanismo del revival e della cultura musicale “usa e getta”, sviluppa la sua notevole intelligenza musicale, assolutamente singolare, e si ripropone con un nuovo profilo ma con la stessa forza di sempre nei contenuti e nell’immagine. Nei 10 pezzi che compongono l’album si parlano lingue diverse (italiano, francese, cinese, slang pechinese, no-language), si raccontano aneddoti popolari (Esiste una storia), si cita Rimbaud (Partenze), Edipo Re di Sofocle (Bye Bye Indicativo), si attraversa il tempo e lo spazio (Night Call), la memoria (La Vita), si parla di sogni (Indiachina), viaggiatrici intergalattiche (Esiste una storia) e di feste imperiali (Ultimo impero). “Ideogrammi” è uscito in Italia il 6 ottobre (Sony Music) e in contemporanea dovrebbe essere distribuito in Cina dalla China Audio & Video Publishing House, la Casa discografica di Stato, quale primo CD di una cantante occidentale. E scusate se è poco! Rockstar – Gioacchino Catanzaro
Giallo shocking Ma che sorpresa! Patty Pravo ritorna con un disco, Ideogrammi, che incanta con suggestioni lievi e sofisticate, che spinge la sua bionda icona molto lontano dalle anguste strade della canzonetta. Anzi, a lei riesce con totale naturalezza quello che alla gran parte degli italiani proprio non capita, ovvero diventare d’un colpo cittadina del mondo, musicalmente apolide, libera di volare su orizzonti aperti e screziati di velati colori sonori. Anche se a dire il vero, questa vocazione internazionale Patty Pravo l’ha sempre coltivata, anche quando cantava le sue prime canzoni beat sul giro del “do”, vuoi forse perché cresciuta a Venezia, per elezione una porta tra diversi mondi, vuoi perché poi il mondo l’ha girato davvero, abituandosi a ragionare fuori dalla provincia italiana. Alla fine, è un disco che stupirà molto, che risulta in larga parte ispirato da una totale e profonda immersione nella cultura cinese, ma rivisto alla luce di un rock aristocratico, raffinato ed elegante. Gli “Ideogrammi” sono dieci pezzi in cui si parlano diverse lingue, i testi sembrano misteriosi frammenti poetici colti da un’antenna parabolica orientata a 360 gradi. Si parla di sogni, di telefonate notturne, si cita Rimbaud, ed anche i testi così detti d’amore, sembrano attingere al sogno, e anche qui sembrano descrivere i rapporti vissuti al confine mobile di terre lontane. Ma quello che colpisce di più è ovviamente l’atmosfera generale del disco. Come veri ideogrammi, questi pezzi hanno ben poco della forma canzone, scivolano tra la declamazione recitata e pezzi di melodia che a volte sembrano ispirati al canto etnico. “Strano destino il cantare sempre la vita” dice ad un certo punto, ma è una vita questa volta toccata con delicatezza, vista con estrema e rilassata dolcezza.

 Tra sipari costruiti elettronicamente affiora costantemente una ricerca di primitivo, evocata anche da alcuni suoni che ricordano gli strumenti a fiato usati dagli aborigeni, o da moltitudini di voci straniere. Certo risulta strano parlare di queste cose a proposito del disco di Patty Pravo, ma è così e tra l’altro emerge tra tutti un pezzo Bye-bye-indicativo, sia perché ripetuto due volte in versioni diverse, sia perché sviluppa una notevole intuizione melodica di sapore orientale che potrebbe portare il disco al successo, sebbene risulti assai spiazzante anche per coloro che hanno sempre seguito con interesse le sorprendenti rinascite di Patty Pravo. Perché proprio di rinascita si tratta. Lei ci è abituata, forse, ma questa volta la rigenerazione è completa e getta una luce completamente nuova sul suo lavoro. Dopo anni di silenzio, ha prodotto un disco realmente internazionale, e che, tra l’altro, primo caso in assoluto, dovrebbe uscire contemporaneamente anche in terra cinese. Ottima la produzione, curata dalla stessa Patty Pravo insieme a Fulvio Maras e Marco Rosano. 

La RepubblicaGino Castaldo

 

PATTY PRAVO ▪ RASSEGNA STAMPA – ABC – PATTY PRAVO: UNA VOGLIA MATTA DI PIACERE – 24 LUGLIO ’66

PATTY PRAVO 

RASSEGNA STAMPA 
1966

 

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ABCPATTY PRAVO: UNA VOGLIA MATTA DI PIACERE24 LUGLIO

 

Viareggio –  Mamme in corsa che manovrano le carrozzine come “risciò”, a rischio di fare schizzar fuori il neonato, nonne spericolate che una volta tanto evitano l’avanti-indietro sulla striscia pedonale e attraversano d’un fiato la strada reggendo il nipotino come un aquilone, vecchietti in panama che dalle panchine si drizzano sulle punte come la Fracci e partono all’inseguimento a volo d’angelo: in Versilia sono piombati il capellone e la minigonna. E la Versilia, che da vent’anni è sopita in un sonno tranquillo, fatto di tradizione, di perbenismo e di riposo, ha provato un brivido. Forse di curiosità, forse di sdegno, forse di risveglio. Eppure da tempo si parlava del Piper romano che avrebbe aperto una succursale a Viareggio, di una massiccia calata di capelli lunghi e di gonne corte, della “ventata d’accelerazione” che stava per sopraggiungere. Ma il tutto era detto a mezza voce, con quel distacco e quella discrezione tradizionali. Veder dunque circolare d’un tratto queste creature “extraterrestri” come turisti qualsiasi non era nei programmi della giornata. E Viareggio accusa il ruvido colpo.

I calvi, che naturalmente sono i più indignati, seguono il gruppetto yé-yé con sopracciglio aggrottato, pancetta in resta, pantalone corto e polpaccio spennacchiato; le grasse, con girasoli e margherite stampate sul didietro, gambe a colonna antonina e ventidue menti, fissano stizzite le minigonne altrui; i ragazzi e le ragazze osservano sorridendo. Tutti seguono gli “extraterrestri” in processione, come incolonnati dietro al Santissimo. La sera se ne parla ovunque, attorno agli innumerevoli tavolini da gioco, dove si puntano milioni, nelle ville immerse nella pineta dove alcune signore-bene, particolarmente birichine, si regalano ai giovani, nei punti più isolati della spiaggia dove gli affezionati della Versilia fanno (sempre per tradizione, beninteso) il bagno nudi e l’amore sulla sabbia, lungo il “vialone” a mare dove i “benissimo” concludono la galoppata sotto la luna come meglio credono. L’arrivo del Piper ha sfondato d’un colpo le camere-stagne versiliesi, offrendo un argomento comune: “Attaccherà?”. “Non attaccherà?”. “Qui siamo troppo per bene”. “Noi veniamo soltanto per riposare”. “I nostri figli sono sani”, eccetera.

Frattanto i piperini, opportunamente fatti giungere da Roma dall’avvocato Crocetta, proprietario del Piper, fanno la pubblicità che possono. Ringo, con occhio da gallina e crine biondo, si esibisce senza risparmio. Viene da Udine e considera ormai i suoi capelli come un libretto di risparmio. Da Roma è giunta Nilde con minimissima gonna. Ha fatto l’autostop e ha raggranellato quattordicimila lire con “l’accattonaggio”, cioè domandando all’automobilista un regalo: “Di solito non vogliono niente in cambio. Se però si tratta di un libidinoso e fa proposte, gli dico chiaro un va a fa’… e scendo”. C’è Dana, impegnata nel pubblicizzare oltre al Piper anche il suo locale, il COW-BOY di via Crispi. C’è Marilena, la francesina di Palermo, vestita da da bambina “liberty” che dice: “Non m’interessa se un uomo è giovane o vecchio, l’importante è l’uomo. Non m’interessa se ha il capello lungo o corto, l’importante è l’uomo.”. Ci sono altri cinque o sei capelloni lavatissimi e vestiti secondo gli ultimi canoni del PIPER-market: sembrerebbe che, superata la la prima fase beat-bohémienne, abbiano trovato una loro Repubblica chiamata Piper, con vestiti, leggi e codici prestabiliti.

Il presidente di questa nuova Repubblica è l’avvocato Crocetta, loro portavoce, il quale, seduto nel locale fervente di preparativi, spiega che oltre al PIPER-market lancerà la PIPER-Cola, i PIPER-dischi, i PIPER-film, tutte trovate di cui le nuove leve sentono esigenza. Nuove leve che, dice, sono senza compromessi, senza ipocrisie e che quando fanno l’amore fanno l’amore, quando ballano ballano, quando dormono dormono: “State a sentire”, aggiunge, “tu, Marilena, quando dormi che fai?”. “Dormo”, risponde Marilena guardando l’avvocato con un punto interrogativo negli occhi, come a chiedersi cosa faranno mai i grandi nello stesso frangente. Le ragazze del Piper, spiega Crocetta, sono le suffragette del sesso, le creature decise e spontanee che magari ora sono criticate e disprezzate ma che domani formeranno un nuovo mondo di donne forti, di api regine destinate a soppiantare l’ormai ammuffito mondo degli uomini. Sono tutti qui, a Viareggio, i piperini decisi a dar man forte al loro presidente, che li ospita gratuitamente per fare colore e affinché quelli della Versilia si rendano conto che non sono corrotti, che sono giovani veri e basta, e che di conseguenza il nuovo locale è frequentato benissimo. Sono giunte anche le nuove hostess inglesi au-pair, massimo ventitré anni, reclutate a Londra tra un centinaio di indossatrici e studentesse che aspiravano alle vacanze nella nostra penisola. “Le ho cercate belle, ma non bellissime”, dice la reclutatrice, “perché altrimenti dopo tre giorni sarebbero fuggite… in un sogno d’amore, diciamo così. Comunque la polizia londinese è stata molto prudente e mi ha sottoposto a un autentico interrogatorio”. Chiarito il fatto che le ragazze avrebbero servito tra i tavolini con le funzioni di cameriere-ospiti, fu rilasciato il permesso.

Anche le hostess gironzolano per il lungomare sfoggiando le magliette rosa-verde con un grande Piper scritto all’altezza del seno. A questo punto il chiasso attorno all’avvenimento è sufficiente. L’attenzione generale è polarizzata. Ma il regista Piero Vivarelli, che ha organizzato il tutto (tra poco dirigerà il film I RAGAZZI DEL PIPER), non è soddisfatto. Vuole qualcosa che stia a mezzo tra la sommossa popolare e i grandi boom pubblicitari americani. Quindi alle ventuno, un’ora prima dell’inaugurazione, tutti i piperini, le hostess, i cantanti e i complessi yé-yé intraprendono una sfilata seguendo il percorso abituale dei carri del carnevale viareggino. Apre il corteo la banda musicale del luogo al suono di FIORIN FIORELLO, segue Lord Sutch, con corna da bisonte e pelle di leopardo, segue l’inglese Thane Russal (sta a mezza via tra il Messia e una “strip”), le nove hostess in triciclo, Le Pupille (un complesso femminile la cui contrabbassista, del tutto simile a Satanik, affianca il gruppo a cavallo), poi I Delfini (“Quello è identico a una mia domestica, la Emma”, dice una signora guardando il più grassoccio). Chiude Beau Brummel, in carrozza da Cenerentola con a fianco la principessa Marina Torlonia, la quale si sforza di salutare la folla con l’avambraccio degli antenati. Tutt’intorno una marea di viareggini e villeggianti impazziti che, oltre alla riservatezza abituale, urlano e spingono. Le hostess non pedalano, a spingerle pensa una trentina di marinai.

Fuochi d’artificio, spari, mortaretti accolgono la processione davanti al Piper. Vetri rotti, spintoni, gente ammaccata. Tutti vogliono entrare. Poi, dentro, il finimondo. Con i “bene”, sulle prime scettici e che poi si fanno travolgere, si dimenano, si mischiano ai capelloni. C’è il solito “matusa” coi baffi che ride degli yé-yé dando di gomito alla bionda che lo accompagna, la quale ride ma si divora con gli occhi i ragazzi. C’è Leonida Rèpaci, annichilito in un angolo (sabato il Piper e il Garden-House di Renato Polidori, al Cinquale, si strapperanno i partecipanti invero poco yé-yé, al Premio Viareggio dopo la proclamazione del vincitore), c’è lo “storico” locale che dice: “Questo per la Versilia è l’unico fatto in vent’anni”, ci sono le solite signore grasse, per l’occasione in “op”, che sembrano tirassegni, ci sono i soliti ragazzi di famiglia che si trovano a casa loro perché ormai conoscono sia il Piper romano sia quello milanese. I piperini fanno di tutto per elettrizzare l’atmosfera. Nilde e una sua amica, dopo l’esibizione di Russal, fingono di svenire, i capelloni si esibiscono da ballerini professionisti. Quelli calati dalla provincia, più autentici perché ci credono, accennano qualche mossa di “see-saw”.

Quando PATTY PRAVO, annunciata come la Ragazza del Piper da Gianni Boncompagni, inizia il suo show, tutti si accucciano intorno alla pedana. Patty, che si esibisce per la prima volta, sembra abbia un nido di vespe nel ventre. Ha una splendida voce, un po’ roca, una camicetta con un solo bottone allacciato e un vero “tigre” addosso. Persino le ragazzine-benissimo la guardano estasiate e accennano delle mosse sconosciute con i loro, fino a quel momento immobili, bacini. Alcuni ragazzi allungano le braccia e tentano di accarezzare i piedi nudi di Patty. Anche le signore sono affascinate e, finalmente, desistono dal comunicare. Patty, che ha diciotto anni, ed è veneziana, dirà poi: “Prima di esibirmi ho voglia di cantare, di bere un bicchiere di whisky e di un uomo. Quando canto è come se facessi l’amore e quando ho finito mi sento come se avessi appena cominciato. I quarantenni? Possono dirmi qualcosa intellettualmente, ma non sessualmente. Io voglio dominare, perciò scelgo il capellone, che è malleabile. Per me è come una pelliccia, lo indosso quando ho freddo e poi lo metto da parte”. Forse è la vera ape regina di cui parlava l’avvocato Crocetta.

Più tardi, quando la serata inaugurale è sul finire, i tradizionalisti della Versilia sdraiati su delle speciali poltrone-letto davanti al locale, forse per la prima volta si “lasciano andare” in pubblico. Una signora bustocca, nota per essere proprietaria di un’intera strada di Milano e per la timidezza, dice forte: “Cosa volete, nel momento della prostrazione divento una cavalla”. “Di’ un ciclone, è più fine”, suggerisce un’amica. Un’altra milanese, nota per la sua riservatezza cinquantenaria, allungata sulla poltrona appare stranamente piatta. Una conoscente le domanda: “Indua in (dove sono) i tett?”. “In suta i ascei (sotto le ascelle)!”, è la risposta. Un’ “industrialessa” di Prato, nota per il pugno di ferro sotto il quale tiene da trent’anni il marito, dice: “Ma, dico io, ‘sta minigonna non mi garba punto”. E il marito: “Con le tue gambe, per forza! Domani ci torno”. Il tutto, in pubblico. Forse in Versilia sta cambiando davvero qualcosa.

Vittorio Pescatori

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PATTY PRAVO ▪ RECENSIONI ALBUM Songs – BIAFRA

PATTY PRAVO ▪ RECENSIONI ALBUM Songs 


PATTY PRAVO (Biafra) 1976
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Premessa – Nel 1973, dopo due anni di ottime esperienze discografiche con la milanese Phonogram, Patty Pravo ritorna alla “casa madre”, la Rca di Roma, dove riesce a registrare ben quattro album in quattro anni! Due LP di grande impatto (Pazza idea e Mai una signora), un dignitosoIncontro e il particolarissimo Tanto (che a dispetto del titolo, di successo ne avrà molto poco). In effetti quest’ultimo album, realizzato a Londra, viene pubblicato senza promozione alcuna e a distanza di soli otto mesi dal precedente, figlio prematuro di una scadenza contrattuale più che di un vero e proprio progetto discografico. Ma stranamente è proprio dalla session recording di questo 33 giri, dove la versatilità di Nicoletta incontra le rarefatte alchimie dello stile inconfondibile di Vangelis, che si materializza il fantasma del successivo, sorprendente album.
“La vita è l’arte dell’incontro” diceva Vinicius De Moraes e nella carriera di un artista questo concetto è fondamentale. A Londra infatti nascono collaborazioni umane e professionali con nuovi musicisti (oltre al già citato Vangelis, il futuro compagno di viaggio Paul Jeffery, Kamram Khacem e Paul Martinez) e con esse il desiderio di cambiare rotta, come sempre, verso nuovi “orizzonti di gloria”.
Le ispirazioni e le passioni musicali di un vero artista quasi mai coincidono con le esigenze e le aspettative delle case discografiche che, una volta trovata la formula vincente, difficilmente assecondano nuove sfide. I progetti originali e innovativi sono lo spauracchio di tutti i dirigenti diligenti… Per questi motivi, Patty Pravo, sorprendendo non poco il suo pubblico e gli addetti ai lavori, decide di firmare, nei primi mesi del 1976, un contratto (milionario) con la Ricordi, una casa discografica che in quel preciso momento storico sembra garantirle un’ampia libertà di scelta e di movimento. Il contratto, purtroppo, è destinato ad essere risolto nel giro di un anno, ma permette all’artista di realizzare quella che dagli “intenditori” viene definita una delle pietre miliari della discografia della cantante. E questo, a prescindere dai gusti personali, è sacrosanto, ma purtroppo solo in parte, e andiamo a vedere perché…
 

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Il disco
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L’album PATTY PRAVO (definito Biafra dall’artista per un ironico riferimento all’immagine di copertina) in realtà, dopo centinaia di ore di sala di registrazione (con apparente buona pace dei funzionari della Ricordi), risulta essere un ibrido tra splendida e coraggiosa sperimentazione (venti anni avanti rispetto al sound italiano dell’epoca) ed ovvietà pop melodiche che, in verità, poco hanno a che fare con l’avanguardia. Una discrepanza che purtroppo non può far gridare al miracolo per un album che sarebbe potuto diventare uno splendido capolavoro di musica contemporanea. Il 33 giri nasce con 11 pezzi (nelle ristampe in CD degli anni Novanta sono stati aggiunti due brani: “Tutto il mondo è casa mia” e “Da soli noi” che originariamente facevano parte di un successivo 45 giri). I brani gradevoli, ma decisamente non all’altezza del progetto (anche se impreziositi dal soffio magico della voce ammaliante di Patty), sono Facciatosta, Dirin Din Din e Innamorata io; quelli più scontati,Aeroplano (nonostante l’introduzione country e il ritornello accattivante) e Il dottor Funky (quest’ultima, invece, riproposta nei tour 1976/77 con un arrangiamento strepitoso).
 
Gli altri brani, in compenso, sono sei piccoli capolavori per musica, testo e arrangiamento.
 

La
mela in tasca

Jmanja


Piramidi
di vetro
Rispettivamente “Starvation“, “A day in heaven” e “Queen of the universe“, tre cover del gruppo greco Socrates, incise nel 1975 e pubblicate nell’album Phos del 1976

Sconosciuti
cieli
Versione italiana di “The unknown man“, incisa anche da Jon Anderson con il titolo “So long as so clear” e successivamente da Milva, in tedesco (“Er“)

Grand
Hotel
Scritta e incisa anche da Renato Zero con un testo diverso e un altro titolo (“Motel“)

Stella
cadente
Cover di “Shooting star“, pubblicata anche dall’autore (Harry Chapin) e da Pat Benatar, in una splendida versione live, chitarra e voce.
 
Qui le atmosfere dell’album si fanno languide, rarefatte, intrise di ispirazione e di originali sonorità dagli arrangiamenti spaziali. I testi, sfuggenti e malinconici, velatamente onirici, alludono a magiche visioni (…occhi immensi, dentro immensi specchi, una voce, Jmanja… / …una fiamma mi ha svegliato nella notte dei sortilegi…) e a “viaggi interstellari” (…via, nella scia di comete pallide, negli occhi mille lune… / …come antichi angeli per sconosciuti cieli…). Le intense interpretazioni dei brani restituiscono una voce vissuta, notturna, quasi mai in primo piano, dal fascino cupo e misterioso, appoggiata con stile su tonalità più alte rispetto alle precedenti produzioni. Alla buona riuscita del disco collaborano tra gli altri Gianni DallAglio, Paolo Donnarumma, Alberto Radius, Mark Harris, Gianfranco Pinto, Roberto Puleo, Paul Jeffery (per la supervisione artistica e tecnica, le chitarre e le voci magiche) e, naturalmente, Nicoletta (per le idee dei testi, le voci magiche, il moog e tutto il resto…). L’auspicabile pubblicazione di una stampa rimasterizzata dell’album sarebbe ancora oggi in grado di riservare sorprese, emozioni e non soltanto (se pur nobilissimi) ricordi.
 

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Note personali
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Ci sono tre importanti motivi che hanno contribuito a decretare Biafra il disco che in assoluto preferisco, tra i molti lavori “doc” di Patty Pravo.
 
Il primo riguarda un episodio veramente esclusivo nella carriera dell’artista. Nel corso del tour estivo 1976, per la prima ed unica volta, Nicoletta presentava in anteprima e dal vivo le canzoni di un disco ancora da pubblicare. Ho quindi avuto la fortuna di ascoltare in due differenti concerti, insieme ad altre quattromila persone riunite all’ALTRO MONDO di Rimini, le versioni live di brani che sarebbero stati pubblicati soltanto quattro mesi dopo e si trattava di “Sconosciuti cieli“, “La mela in tasca“, “Jmanja“, “Piramidi di vetro” e “Il dottor Funky“. Un impatto emotivo indescrivibile per “la novità” e per come venivano “cantate e suonate”; mi innamorai subito dei primi due pezzi, che avrebbero rappresentato poi l’essenza della doppia anima dell’album, quella mistico/intimista e quella decisamente rock.
 
Il secondo motivo è legato ad un episodio assai singolare. Per una serie di fortuite circostanze che non sto qui a spiegare, mi ritrovai a Roma, in un giorno di novembre, in un bellissimo attico in via del Seminario, seduto su un divano nero, tra Paul Jeffery, Nicoletta ed altri ospiti, davanti ad un caffè (prima) e a un bicchiere di birra (poi) ad ascoltare il nastro con la registrazione definitiva di “Biafra” (che sarebbe uscito pochi giorni dopo). Era un sabato e Nicoletta telefonò alla Ricordi per tentare di avere qualche copia del disco da regalare agli ospiti, ma il magazzino era chiuso e nemmeno l’insistenza della diretta interessata riuscì a fare il miracolo… Mentre il nastro scorreva non mi sembrava vero di essere proprio io quello che se ne stava tranquillamente seduto lì come fosse la cosa più normale del mondo, come se ci fossi già stato mille altre volte… Ero un ragazzo timido, giovanissimo, e ritrovarmi a gustare quella ghiotta anteprima con lei fu un privilegio inaspettato, quasi un sogno, e me ne resi conto soltanto dopo, ripensandoci nel tornare a casa… L’impronta del ricordo di quel pomeriggio passato a cazzeggiare, a scambiare impressioni musicali, è rimasta viva e indelebile nei solchi dell’album, insieme alle canzoni. Ricordo ancora un commento ironico di Nicoletta che parlando della copertina di Biafra (nessuno dei presenti, tranne lei e Paul, l’aveva ancora vista), disse: “E’ molto particolare, vedrete… solo che avevo chiesto di far apparire sullo sfondo nero, sopra la mia figura, una colomba in volo… Invece, visto il risultato della grafica e le proporzioni delle immagini, più che una colomba, alla fine è apparsa una gallina…”.
 
Il terzo motivo riguarda la sfera affettiva personale e quindi non approfondirò. Posso solo dire che ancora oggi, riascoltando l’album, se chiudo gli occhi rischio di perdermi in sguardi lontani, in cui vedo riflessi sentimenti contrastanti… E mi sorprendo nel rivivere serenamente, mitigato dal tempo, un concentrato di emozioni vissute proprio in quel periodo, legate a momenti di grande gioia ma anche ad inevitabili esperienze dolorose. Situazioni alterne, lezioni di vita importanti e diametralmente opposte, che hanno più di altre contribuito a tracciare il cammino che mi ha portato fin qui e ad essere la persona che, nel bene e nel male, oggi sono.

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Rosario Bono – 12 novembre 2010
 

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Si ringrazia Valerio DAngelo per le ricerche sulla genesi dei brani del disco.

PATTY PRAVO ▪ BIOGRAFIA – PAZZE IDEE

PATTY PRAVO 

BIOGRAFIAPAZZE IDEE 
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Divina, anticipatrice di mode, sofisticata, eccentrica, elegante, trasgressiva, imprevedibile. Ma soprattutto unica. Sempre bellissima, sempre intrigante, il volto malinconico ma ancora luminoso di Nicoletta Strambelli, poi diventata nota con il nome di Patty Pravo, non può che indurre ad una certa nostalgia. Nostalgia di un tempo aureo che non tornerà più, di una stagione indimenticabile in cui le speranze di milioni di giovani si riversavano per le strade e i tabù venivano infranti, le libertà conquistate a dura forza e i dogmi rimessi in discussione. Erano i tempi del “Piper”, il mitico locale notturno in cui si condensava la bella vita mondana di Roma, di cui Patty Pravo è stata per anni campionessa imbattibile.

Nata nella decadente e lunare Venezia il 9 aprile del 1948, trascorre un’infanzia particolarmente tranquilla. Si iscrive dapprima al Conservatorio della sua città; frequenta corsi di composizione e pianoforte. Qualche anno più tardi (sono i primi anni ’60) l’ondata della nuova musica, rock e beat che arriva dagli USA e dalla più vicina Inghilterra, la portano a lasciare Venezia per raggiungere Londra entrando così in contatto diretto con una nuova realtà.

Di ritorno dalla Gran Bretagna finisce per stabilirsi a Roma dove nel frattempo era nato il già citato “Piper”. Ed è proprio lì che tra chitarre, minigonne e capelloni, Patty Pravo diventa una star. In particolare è Alberigo Crocetta, avvocato romano, talent-scout per l’occasione e (guarda caso) fondatore del “Piper”, che intuisce le sue potenzialità. Qualche settimana dopo la giovane ragazza è negli studi della RCA dove registra il suo primo disco: “Ragazzo triste”, versione italiana di “But you’re mine” (tradotta per l’occasione dal sempiterno Gianni Boncompagni).
Il successo è travolgente, la gente impara subito ad associare il volto dolce di PAtty Pravo a quella voce personalissima e prepotente che ne fa subito un personaggio singolare, nuovo, drammatico.

La sua voce apre una vera nuova strada al rinnovamento della canzone italiana, all’introduzione nei patri confini nazionali del beat genuino, diventando così automaticamente la portavoce di migliaia di ragazze, di colpo desiderose di imitarla.
Bastano poche apparizioni in TV per confermare il successo discografico.
La riconferma arriva con le successive registrazioni: il nuovo 45 giri “Sto con te” e “Qui e là” vanno a ruba, così come qualche anno dopo (saranno già i ’70 inoltrati) “Tu mi fai girar” o “Pazza idea” (quest’ultima è forse ancora oggi la canzone che più la rappresenta).
Carica di impegni Patty Pravo partecipa a numerose serate in tutte le città d’Italia, a vari spettacoli televisivi e all’immancabile “Cantagiro”. Non mancano le proposte cinematografiche, fra cui è da annoverare una pellicola ispirata alla sua storia e al clima di quegli anni intitolato sapientemente “L’immensità (La ragazza del Piper)”.
Vi figurano anche altri eroi del tempo, come Don Backy e Caterina Caselli.

Da questo momento in poi non si contano più gli album che ha inciso con varie etichette discografiche. Donna libera e indipendente non ha mai voluto (o saputo) restare legata ad una sola casa discografica.
Dopo un breve periodo di appannamento coinciso con la fine degli anni ’80 Patty Pravo è tornata in auge nel 1990 vincendo la manifestazione canora “Una rotonda sul mare” e incidendo un nuovo disco con i suoi successi reinterpretati in chiave moderna.
Ancora vogliosa di sperimentare, nel 1994 incide a Pechino un nuovo lavoro: “Ideogrammi”, cantato in italiano, cinese, francese e con l’utilizzo di “slang” inventati, traendo ispirazioni dai dialetti locali.
Il disco purtroppo non entra nelle classifiche e nemmeno un nuovo festival di Sanremo serve a rivitalizzare le vendite dell’album.
E’ quindi di nuovo pausa per Nicoletta fino al 1997 dove ottiene un risultato esplosivo proprio al Festival di Sanremo, grazie alla splendida interpretazione della canzone “Dimmi che non vuoi morire”, firmata dal grande Vasco Rossi, e grazie al successivo album “Notte, guai e libertà” che riconquista un pubblico che non l’aveva mai davvero dimenticata.
Dopo un’ulteriore collaborazione con Vasco Rossi nell’album “Una donna da sognare”, nel 2002 torna a Sanremo con “L’immenso” e un nuovo album: “Radio station”.

Numerosi i suoi nuovi e già avviati progetti: due colonne sonore (una per un film di Roberto Faenza, l’altra per una pellicola di cui lei stessa sarà protagonista), un film autobiografico, un disco live con la Piccola Orchestra Avion Travel (che sarà registrato in un concerto a Napoli) e per finire uno show, “The fool”, a quanto pare già pronto per Rai Uno.
Il suo lavoro, uscito a fine marzo 2004, si intitola “Nic-Unic”. Il 2 ottobre 2007 esce nelle librerie il libro “Bla, bla, bla…”, autobiografia scritta con Massimo Cotto.
Viene pubblicato a novembre 2007 l’album Spero che ti piaccia…Pour toi…, un omaggio dell’artista veneziana alla cantante italo-francese Dalida a vent’anni dalla sua morte. Il cd raccoglie brani tratti dal repertorio classico di Dalida in francese, italiano e arabo, con nuovi arrangiamenti. L’album è prodotto dall’etichetta francese Kyrone Gp Music.
Nel 2008 esce il singolo “La bambola” per celebrare i quarant’anni dalla sua uscita. La nuova versione del brano, nata per gioco grazie ai musicisti durante le prove del tour, è accompagnata da un video in cui Patty Pravo omaggia Amy Winehouse attraverso il suo inconfondibile look.

Nel mese di febbraio dell’anno seguente partecipa al Festival di Sanremo 2009 con il brano “E io un giorno verrò là”, composto dal giovane Andrea Cutri. L’inedito sanremese viene inserito nel doppio album Live. Torna a Sanremo 2011 con il brano “Il vento e le rose” e nel 2016 (per la decima volta) con il brano “Cieli immensi”.
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