PATTY PRAVO ▪ RASSEGNA STAMPA – CHE BRAVA RAGAZZA TUTTA DROGA SESSO e ROCk and ROLL ( 1983 )

PATTY PRAVO 

 RASSEGNA STAMPA 

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CHE BRAVA RAGAZZA TUTTA DROGA SESSO e ROCk and ROLL 
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Luce e buio: tra questi due poli oscilla Patty Pravo, al secolo Nicoletta Strambelli, nata a Venezia il 9 aprile 1948, venuta alla ribalta al Piper di Roma nel 1966, trionfante con la sua voce artificiosa in canzoni aggressive e seducenti (“Ragazzo triste”, “La bambola”, “Tripoli 1969”, “Pazza idea”, “Pensiero stupendo”), in testa alle classifiche per 15 anni, improvvisamente dimenticata, in volontario esilio da 4 anni a San Francisco, sulla mitica costa del sound più sofisticato, adesso in prossimità di un rilancio che, come tutti i ritorni, potrebbe sbalordire o cancellare per sempre anche il ricordo di un passato splendore. Adesso, con lo sguardo retrospettivo a una carriera che ha compiuto il suo primo ciclo, e che sta per affrontarne un secondo, come se dovessimo fare la conoscenza di una persona completamente nuova, cominciamo da una certezza: che Patty Pravo, in tutti questi anni, è stata sempre “over”, oltre. Oltre, con il successo afferrato per caso e tenuto con salda protervia, senza cedimenti, fino all’altro ieri. Oltre, con il denaro (ha guadagnato, sembra, più di 10 miliardi) sperperato con allegra e torbida incoscienza, tanto da rasentare più volte il lastrico. Oltre, con il sesso praticato con golosa libertà. Oltre, con la droga, anzi con tutte le droghe possibili. Oltre, con il pudore, tanto da farsi fotografare prima integralmente nuda nella sofisticata allusività di Penthouse, e poi, ancora completamente nuda, senza più ambiguità, su rotocalchi di bassa pornografia. Eppure tutto le pare ancora nuovo: “Nasco adesso”, esordisce. “Finora è stato solo tirocinio. Adesso so perché esisto. So cosa voglio fare”.


Un tirocinio, però, che ti ha reso famosa… A me non è passato mai per la testa di volere diventare famosa. Lo sono diventata perché ho fortuna e talento, ma non ho fatto niente per esserlo.

Però hai fatto di tutto per accreditare un’immagine maledetta del tuo personaggio. Nei primi anni Settanta persone come me erano maledette solo perché erano libere. Libere sessualmente, libere mentalmente. In più giovani, ricche e famose. Le ragazze non scopavano allora, nessuna diceva quel che faceva. E se scopavano si nascondevano. Perfino le gambe nascondevano. E io, invece, portavo le minigonne. Droga, omosessualità, triangoli d’amore: ho fatto tutto anni prima degli altri, quando queste cose non erano ancora delle mode, quando esprimevano semplicemente un temperamento più libero e accelerato degli altri. Eppure non sono diventata né una drogata, né una omosessuale, né una donna corrotta. Ho avuto una vita estremamente brillante, e uso la parola brillante per dire che ho avuto una vita che brilla, una vita pura.

Puoi raccontarci la storia di questa vita? Te la racconto a fumetti: “Lei venne alla luce in una splendida città costruita sull’acqua. Ebbe una meravigliosa infanzia in casa dei nonni paterni, perché i suoi genitori erano troppo giovani e troppo belli per avere voglia di avere subito una figlia tra i piedi. I nonni erano persone incantate e le insegnarono la libertà, accettando qualsiasi sua stravaganza. A quattro anni cominciò a muovere le dita sulla tastiera di un pianoforte, ma invece di esercitarsi con le scale pretese di suonare subito “La primavera” di Stravinskij. Aveva due lunghe trecce che era solita schiarire prima con la camomilla, poi con l’acqua ossigenata. Studentessa al Conservatorio, si rifiutò di fare educazione fisica con le ragazze perché erano sporche e non facevano altro che alludere alla loro femminilità. Per l’ora di ginnastica, si fece assegnare a una classe di soli maschi. Conobbe persone meravigliose, amici dei suoi nonni, come l’attore Cesco Baseggio, il patriarca di Venezia Roncalli, e Peggy Guggenheim, che non le insegnò, purtroppo, il segreto dell’accumulazione del capitale. Tutti i giorni incontrava il poeta Ezra Pound alla Giudecca e passeggiavano per lunghe ore in silenzio, perché Pound a quell’epoca aveva smesso di parlare”.

Questo è il tuo fumetto. Ma la vita? Il sesso, per esempio? Il sesso non è mai stato un problema per me. E’ uno dei vantaggi che ho avuto dal crescere con dei nonni come i miei. Non mi hanno mai detto la fatidica frase: “Questo non lo devi fare perché è male”. Mi hanno solo avvertita: “Attenta, perché puoi rimanere incinta”. Così ricordo la mia “prima volta”: aveva nevicato, Il campiello sotto casa era un bianco intatto. Scesi appena sveglia perché avevo voglia di lasciare le mie orme su quel candore. Ma non andai a scuola. Andai a scopare nella villa di uno più grande di me. Avevo 14 anni.

E quando sei tornata a casa l’hai raccontato ai nonni? Certo. Eravamo a tavola. Il nonno ha continuato a mangiare senza spostarsi di un millimetro, anche perché oltre la nonna aveva due concubine, e ha commentato la novità in modo favorevole: “Questa ragazza ha proprio il sangue di famiglia”. La nonna è rimasta più traumatizzata ma non ha detto e fatto niente. C’era poco da fare, e poi parliamoci chiaro: una scopata ben fatta non era meglio che andare a far ginnastica con quelle disgustose ragazze che parlavano soltanto di mestruazioni? Ah, che bei tempi quelli per il sesso!

Ma come? Non hai appena detto che, invece, erano tempi duri? Sì, ma poi sono arrivate persone come me che hanno cambiato il mondo, il mondo dell’eros s’intende. Persone che hanno rivelato i desideri acquattati in ognuno, e hanno insegnato ad esprimerli. Anche a livello di massa, a partire da quel momento, si è fatto meglio l’amore. Adesso, invece, tutti ne parlano e nessuno lo fa. Oppure, tutti lo fanno ma con poco gusto.

Vuoi spiegare, da esperta, cosa è successo? In questo momento il sesso è in crisi. Non nel senso di scopare, perché tutti ormai scopano. Ma non c’è più piacere, non c’è l’attrazione che è indispensabile per fare bene l’amore. La maggior parte delle persone oggi scopa davanti alla televisione accesa. E davanti a quel video ti sdrai, diventi indifferente alla cosa che stai facendo, e l’attrazione, il magnetismo finiscono per averli solo i suoni e le immagini che escono dall’elettrodomestico.

In questo mondo di tecnologia, può sopravvivere l’amore? In una fase come questa, secondo me, è diventato molto difficile dare vita ad una intensità di emozioni, di stimoli, di fantasie nel rapporto con l’altro sesso, come è accaduto in un passato anche abbastanza recente. L’altro sesso se ne è accorto e in più ha gli stessi problemi: denaro, potere, affermazione personale. Insomma, la carriera. Risultato: tempo da dedicare all’amore zero, e da qui pessime scopate. Sarà per questo, sarà perché dentro di me resistono valori arcaici, ma io continuo a pensare che il lavoro di madre sia, in fin dei conti, il più bello, il più rispettoso, il più importante fra tutti i lavori femminili. E che, nella società, l’unica cosa che rimarrà indistruttibile, tra le varie macerie delle cosiddette evoluzioni, è la famiglia.

Molto edificante. Ma finora la tua vita, se non sbaglio, non si è attenuta a questi principi severi. E’ la verità, perché non mi piace restare fuori da nessuna esperienza, né dalla più stravagante, né dalla più normale. Alla grettezza del mio ambiente ho dovuto opporre la vita. Penso che non ci sia niente di più squallido, di più orrendo, della fauna che popola la musica leggera italiana, anche comparandola a mignotte, miliardari, famiglie reali, leader politici e trafficanti di droga.

Una volta si diceva che non si dovrebbe sputare nel piatto… Chi non c’è stato in mezzo non lo può sapere. Gli addetti ai lavori sono persone, salvo poche eccezioni, di una indegnità totale. Parlo, prima di tutto, di indegnità professionale. Una massa di falliti che non sapendo fare altro si improvvisano esperti. Gente che va avanti a forza di chiacchiere e non fa il lavoro seriamente: dall’agente all’organizzatore, dal produttore al direttore artistico, che di artistico non ha nulla. Per non parlare della cultura musicale: quello che ne sa di più ha, alle spalle, una qualche sala danzante o un’orchestrina di terz’ordine.

Ma quelli che tu chiami squallidi personaggi hanno fatto di te la diva del rock italiano. L’industria italiana del disco è un’industria molto giovane, 30 anni di vita o poco più, senza tradizioni, senza strutture. Chi produce un disco in Italia pensa di mettere sul mercato un oggetto d’arte. Ma, invece, si tratta soltanto di una saponetta. Saponette volgari, saponette di lusso, saponette indistruttibili. Il compito dei discografici dovrebbe essere, quindi, quello di produrre, vendere ed esportare saponette, senza proiettarci sopra la loro grettezza, la loro miopia, la loro ipocrisia. Fuori dalla metafora, che cosa gliene importa a un discografico della vita privata di un cantante? Invece, è proprio lì che inzuppano il pane. Gli ultimi cinque anni della mia carriera sono stati incredibili.

Cosa ti hanno fatto esattamente? Per loro l’ideale sarebbe stato che Patty Pravo, dopo 15 anni di splendida carriera, fosse morta. L’alone funebre (rughe, depravazione, miseria, malattie incurabili) in cui hanno tentato di avvolgermi come in un sudario è un’offesa che non dimentico e non perdono. Un’altra, più fragile di me, si sarebbe uccisa. Con Mina, e la sua grassezza, hanno fatto la stessa cosa. E ora tentano di farlo con due professioniste serie come Loredana Bertè e Donatella Rettore. Quando 4 anni fa, già nel pieno della campagna denigratoria, uno di loro, nel bel mezzo di un accordo contrattuale, mi ha chiesto per garanzia di mostrargli il braccio per controllare se era liscio o bucato, ho capito che la misura era colma e li ho piantati in asso. Via, negli Stati Uniti, in un paese grande, libero e in cui se qualcuno si azzarda a fare insinuazioni del genere dopo non più di quattro settimane deve sborsare miliardi di danni.

Tu, però, in questi 15 anni non ti sei risparmiata nessun tipo di provocazione. E va bene. Cominciamo dalla droga. Vogliamo capirlo che a metà degli anni Sessanta la droga era più che altro un gioco? Entravi nei salotti e c’erano montagne di coca pura. Dall’ Oriente tornavano gli amici con pani di hashish, marijuana o con le palline d’oppio. Dalle Americhe altri amici arrivavano con gli allucinogeni, chimici e no. Si cazzeggiava versando agli ignari punch all’ Lsd, offrendo torte drogate, tirando a più non posso. Era la scoperta di qualcosa che prima sul mercato non c’era, così come, dopo la guerra, un’intera generazione ha scoperto il whisky facendo strage di cellule epatiche.

Secondo te, quindi, la droga al suo apparire in Italia non ha fatto scandalo? Mi ricordo che una sera a Roma andai con Anita Pallemberg, allora compagna di Keith Richard, uno dei Rolling Stones, e Donyale Luna (morta) alla farmacia di San Silvestro per comprare una bomboletta di ossigeno a testa. Poi ci mettemmo a passeggiare su e giù per il Corso, mascherine al naso, respirando l’ossigeno. L’ossigeno ti fa andare su di giri. La gente si fermava sbalordita a vedere un terzetto del genere, ma nessuno dallo stupore passò all’insulto. Non eravamo altro che tre esibizioniste un po’ strambe, a spasso per la città. Tutto qui. Nessuno scandalo. Un’altra volta uscimmo dal Piper per andare a una festa da Gato Barbieri che, in quel periodo, aveva affittato una villa fuori Roma. Partì una carovana di macchine di tutte le cilindrate (Rolls-Royce, Ferrari, fino alla Topolino) stipate di gente “fatta”. La macchina di testa imboccò a un certo punto un viottolo cieco. Le altre tranquille dietro; e la carovana imbottigliata si bloccò in mezzo alla campagna. Nessuno era in grado di innestare la retromarcia. Ci accampammo nel buio. Dentro e fuori le macchine c’era chi continuava a “farsi”, chi scopava, chi cantava, chi dormiva. Qualcuno piangeva. Di felicità, però. L’irragionevole, irresponsabile, idiota felicità di sentirsi giovani ed eterni.

Com’era il mondo allora? Se penso a quegli anni mi sembra che il mio tempo non sia stato scandito dai giorni e dalle notti, ma piuttosto dai concerti e dai party. In tutte le parti del mondo, gente normale e star di fama internazionale si incrociavano tra barattoloni di cocaina e di eroina, taniche di alcool, montagne di musica, e un oceano d’ amore. Sono gli anni in cui ho incontrato i miei più cari amici: Mario Schifano, Mick Jagger, David Bowie, Keith Richard, Jimi Hendrix, Anita Pallemberg, Donyale Luna e tanti altri. Molti sono morti.

Ti sei mai innamorata di qualcuno di loro? Mario è un fratello amato, l’unica persona a cui ho chiesto una volta centomila lire senza vergognarmi, perché tra me e lui c’è una parità assoluta. Non ho mai scopato con David anche perché, quando lo conobbi a Roma, era qui con moglie e figlio, e a me non piace particolarmente scopare uno davanti alla moglie e al figlio. E non ho scopato né con Keith, né con Mick. Erano incontri creativi, tutti noi facevamo musica, e il momento del sesso non è mai scattato. Magari, poi, la prima volta che li incontro a un party finiamo in bagno e facciamo tutto. Non si può mai dire.

Droga e musica, dal jazz al rock, sono legate in un modo che sembra indissolubile. Perché? Io non penso che la droga possa tirare fuori genialità, perché la genialità o c’è o non c’è. Penso invece che ci siano musiche come il jazz, come il rock, dove si usa molto l’istinto. E la droga, a volte, può aiutare l’istinto. La cosa vera è che fare musica di questo tipo stravolge, e fa vivere una vita survoltata. E’ difficile essere inseriti nella società, perché la tua realtà è fuori, in quel tipo di musica.

Se incontri un uomo che ti piace, e sei già innamorata di un altro, che succede? Io sono stata innamorata, ho amato, e sono stata amata tantissime volte. E questa è già una cosa miracolosa. In alcuni casi sono stata veramente trascinata in una passione d’amore e, per qualche breve periodo, ho avuto la straordinaria sensazione di essere completamente presa dalla persona amata. Però, proprio in quel colmo di beatitudine, come se la pienezza portasse altra pienezza, ho avuto la sensazione che la felicità d’amore fosse come un lunghissimo corridoio: si apre una porta e subito dopo ce n’è un’altra. La spalanchi, ed eccone un’altra ancora, all’infinito.

Un uomo solo, insomma, non ti basta? Non è una questione di quantità. E’ questione di varietà. A me piace stare con due, tre uomini. Anzi, penso che l’idea dell’ harem mi si addica. Questa mia disponibilità crea talvolta degli equivoci, e perché la situazione sia perfetta occorre una giusta intesa con il partner. Un episodio assurdo è quello che mi è capitato con i due Paul. Stavo incidendo un disco a Londra nel 1975, Paul Martinez faceva parte del complesso come suonatore di basso. Paul Jeffery dava una mano alla consolle e quando era necessario integrava il complesso suonando la chitarra. Mi piacevano tutti e due, e facevo l’amore con tutti e due. Ma l’attrazione vera, da capogiro, ce l’avevo solo con Paul Martinez. Finita la registrazione sono tornata in Italia. Dopo qualche giorno avevo già voglia di Paul Martinez. Penso: “Sarebbe bello andare con lui a Bali”. Un attimo dopo squilla il telefono: “Hallo, Nicoletta, Paul speaking…”. Lo interrompo entusiasta: “Ti andrebbe di venire a Bali con me?”. “Of course”, dice lui. Dopo qualche ora Paul si presenta alla mia porta, tutto vestito di bianco. Solo che era Paul Jeffery. Per equivoco entrava trionfalmente nella mia vita. E ci rimase, poi, per cinque anni, mica soltanto per quindici giorni… In quei cinque anni naturalmente ho trovato il modo di rivedere anche Paul Martinez, e ricordo un viaggio in automobile, una sfolgorante Mercedes, da Verona a Roma, tutta autostrada e tutto amore. Nella Mercedes eravamo in tre. Paul Jeffery davanti, alla guida, Paul Martinez e io dietro, stretti in una scopata senza fine. Quando arrivammo al casello di Roma avevamo ancora addosso gli abbaglianti di un camion che, incollato alle spalle, non ci aveva mollato un istante durante tutto il viaggio. Paul Jeffery aveva guidato con grande cautela per non disturbarci.

Ma questo modo d’agire non ti pare un poco esibizionistico? Può anche essere. Ma io non credo. Qualche giorno fa, a Milano, mi è capitato di fare l’amore per strada, appoggiata a un’automobile rossa, sotto la casa di un mio amico, il cantante Ivan Cattaneo. Non mi sono sentita esibizionista neppure un po’. E sai perché? Ero dentro un’onda musicale. Avevo cominciato a fare musica con Ivan fin dal pomeriggio. Poi è arrivato un altro amico, bello, giovane, simpatico, ma che di musica non sa nulla. E’ un industriale. Non avevamo mai fatto l’amore prima, e ne avevamo una voglia furiosa tutti e due. Così siamo scesi in strada. Poi, sono tornata su e ho continuato a fare musica con Ivan fino all’alba. Io sono una persona geniale, e il mio equilibrio rasenta la follia, perché è un equilibrio perfetto. Tendere alla perfezione, avvicinarsi al punto limite, al punto di rottura delle cose, è un rischio tremendo. Io ho accettato di correrlo non per una scelta mentale, ma perché sono nata così.

E quando senti di rasentare la follia? Sempre. Perché, secondo me, i veri umani, quelli che pagano per tutti, sono gli schizofrenici. La società li isola, li castiga, li frustra… Tra loro e me c’è, però, una differenza piccola ma decisiva: che loro sono degli schizofrenici che stanno dentro, e io sono una schizofrenica lasciata fuori.
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LUDOVICA RIPA DI MEANA

LEuropeo1983

 

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