Archivi giornalieri: 24 ottobre 2016

RECENSIONI ALBUM Songs – Selezione Articoli   ▪  PATTY PRAVO ……. NOTTI , GUAI e LIBERTÀ 


RECENSIONI
ALBUM Songs 

Selezione
Articoli 



PATTY
PRAVO 


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NOTTI , GUAI e LIBERTÀ 

 

La signorina Strambelli rappresenta sicuramente un caso a sé nel multiforme panorama canoro italiano: dotata di un filo di voce dalla faticosa intonazione, Patty ha tuttavia sempre goduto di quel rispetto e quella riverenza che nessun’altra delle sue coetanee ha saputo conservare. Certamente merito, almeno in parte, dell’aspetto fisico (conturbante ancora oggi a cinquant’anni e passa) che già negli anni ’60 minò il cuore e gli ormoni dei ragazzi di allora. Ma, soprattutto, Patty ha saputo cavalcare con saggia discrezione le diverse decadi che l’hanno vista protagonista, non lesinando lunghissime sparizioni dalle scene quando il momento non era favorevole. Tornata prepotentemente alla ribalta italiana solo con il Festival di Sanremo dello scorso anno (e conseguente tour con concerti anche nel rinato Piper di Roma), Nicoletta confeziona adesso un album in grande stile, con dieci tracce per le quali hanno lavorato in fase di scrittura numi tutelari della canzone d’autore italiana (Fossati, Guccini, Battiato, Vecchioni), compositori collaudati (Lavezzi, Ruggeri) e nuove leve (Alex Baroni, Luca Madonia, Vincenzo Incenzo). Il risultato è sofisticato al punto giusto, con qualche arrangiamento degno degli anni che stiamo vivendo (si pensi alla dance mistica del brano d’apertura), con Patty che si districa con la consueta classe, zoppicando un po’ solo su Treno Di Panna, nell’improbabile imitazione di Loredana Berté, di cui non possiede la carica rabbiosa.

1998Rockstar (Mario Giammetti)

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Era l’ultima occasione, questa, per la cantante. L’ultima occasione (dopo gli ultimi album in studio spesso ondivaghi) per incidere un album importante, adeguato alla sua fama, alla sua bravura e anche alle aspettative suscitate dal successo dello scorso anno scatenato dalla partecipazione al Festival di Sanremo. E, proprio come un grande atleta, la Patty cinquantenne non si lascia scappare l’occasione e realizza un capolavoro di coerenza e seduzione con un album maturo, ricco, denso di aromi e di invenzioni. Un album che parte (come tutti gli album dovrebbero partire) dalla scelta delle canzoni. Qui Patty schiera una piccola nazionale di autori di qualità: Franco Battiato, Enrico Ruggeri, Ivano Fossati, Mario Lavezzi, Francesco Guccini, la coppia inedita Roberto Vecchioni e Loredana Bertè e naturalmente il produttore Mauro Paoluzzi che firma proprio le  canzoni più pop, leggere e fragranti (e in qualche modo più originali) dell’album. Perché se negli altri titoli Patty Pravo è perfetta, è comunque forte l’impronta degli autori in brani come Emma Bovary (Battiato), Strada per un’altra città (Ruggeri), Angelus (Fossati), Treno di panna (Vecchioni), Una casa nuova (Guccini). Ma i momenti migliori sono, a sorpresa, quelli meno d’autore. In Baby Blu e Sylvian la cantante trova il giusto rapporto tra quello che è oggi e “la ragazza del Piper”, icona che comunque le rimane incollata nonostante 30 anni ormai la separano da quei giorni. Arricchito da una bella traccia fantasma, l’album (il titolo deriva da una frase della canzone di Ruggeri) è una tessera perfetta di quel mosaico di emozioni che Patty Pravo insegue da sempre: un mosaico con qualche zona oscura ma con un tassello come questo che ripaga di ogni lunga attesa.

1998Musica & Dischi (or)

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Patty Pravo si rimette in viaggio, e il tragitto non può attraversare che “notti, guai e libertà”: un trinomio che piacerebbe a Bruce Springsteen, e che tocca invece ad Enrico Ruggeri evocare, nel brano che al nuovo album fornisce, se non il momento più alto, uno dei paragrafi più emblematici. Ma è anche, questo di Patty, viaggio nella febbre dei sensi, al bivio tra la morte e “la voluttà finale della verità”: come in Emma Bovary, canzone-capolavoro di Battiato e Sgalambro. O tra carezze dimenticate e frammenti di passato da ritrovare “sul fango-selciato del mondo”: come in Angelus di Ivano Fossati, l’altro capolavoro di questo disco complesso e itinerante, che racconta la vita come fuga e inquietudine, fa suo l’allontanarsi attrattivo dell’orizzonte, evoca quotidianità e utopia fotografati nel loro rincorrersi. Questo è Notti, guai e libertà, romanzo fatto di dieci racconti, con al fondo la complicità che non può non legare una grandissima interprete a un manipolo di grandi e grandissimi autori: ognuno dei quali chiamato a regalare al ritratto di Patty una pennellata, una luce o un tratto.  Ma anche ad affidare alla voce di lei , quella voce di carne così restia all’enfasi e così intrisa di vita vissuta, la propria percezione del tragitto lungo che è l’esistenza: via via affollato o solitario, epico o assolutamente dimesso, affidato ai sandali della realtà e/o alle ali del sogno. Molti sono i traguardi del viaggio: verso nuove patrie in Les étrangers, spunto da Belafonte rielaborato da Paoluzzi e Dalla, o nel già citato brano di Ruggeri. Verso la disperata libertà dell’illusione in Per un sogno vincente, di Lavezzi e Avogadro. Nell’immutabilità del tempo in Sylvian, della stessa Patty. O verso l’inafferrabilità dell’amore in Treno di panna, grande pagina di Loredana Berté, Roberto Vecchioni e ancora Mauro Paoluzzi (che firma gli splendidi, densi ed icastici arrangiamenti). E infine ecco il Guccini un po’ sottotono di Una casa nuova, il livido bozzetto di Baby Blu e l’epigramma alquanto inutile di Sweet love, che Alex Baroni e Rosario Di Bella hanno tratto da un brano di Paul Buckanham, voce e autore dei Blue Nile.

 1998Il Giornale (C. G. Romana)

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Per trovare un album di Patty Pravo che abbia la stessa intensità di quest’ultimo bisogna andare indietro nel tempo. Molto indietro. Ci fa piacere che una grande interprete torni prepotentemente al successo con un lavoro degno della sua bravura. Notti, guai e libertà è un disco d’autore e la Pravo da il meglio di sé interpretando brani  dei più importanti autori italiani. Encomiabile anche la scelta di non riciclare in alcun modo E dimmi che non vuoi morire, il brano che l’ha rilanciata e ha trainato il vendutissimo Bye Bye Patty precedente. Il disco si apre con Les étrangers, a cui è affidata la promozione, brano di Harry Belafonte con testo riveduto da Lucio Dalla. Strada per un’altra città, dal cui testo è tratto il titolo dell’album, è stata scritta da Enrico Ruggeri ed è sicuramente il brano migliore dell’intero lavoro. Battiato e Fossati hanno firmato, rispettivamente, Emma Bovary e Angelus, due momenti di grande musica con la Pravo superba interprete. Baby Blu è di Luca Madonia e Vincenzo Incenzo, quest’ultimo collaboratore di fiducia di Zarrillo e Zero; Sylvian porta anche la firma della stessa Strambelli. Mario Lavezzi ha confezionato Per un sogno vincente e Roberto Vecchioni, in collaborazione con Loredana Bertè, le ha regalato l’interessante Treno di panna. L’album si chiude con Una casa nuova, ancora una bella prova compositiva di Gaetano Curreri degli Stadio insieme a Francesco Guccini, e Sweet Love composta, oltre che da Buckanham, da Alex Baroni e Rosario Di Bella. Ottimi gli arrangiamenti e i musicisti che vi hanno partecipato. Personalmente credo che quella della canzone d’autore sia la strada migliore per valorizzare l’Arte di una delle nostre migliori interpreti. Ora anche più saggia che in passato. Artisticamente, s’intende.

1998Raro! (Fernando Fratarcangeli)

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L’ autoritratto più fedele  Patty Pravo lo affida a Mauro Paoluzzi , suo geniale arrangiatore: “La incontri fuori dallo studio – dice lui, facendola sorridere d’orgoglio – e ti sembra che stia passeggiando su Marte. Poi entra in sala, agguanta il microfono e canta alla prima, precisa e impeccabile: dieci ore per dieci canzoni, laddove altri ci impiegano mesi”. Si parla di Notti, guai e libertà, il disco che esce oggi, a quattro anni dal temerario, bellissimo e incompreso Ideogrammi. La Patty si sottopone con disagio avvertibile, ma anche con cortesia al rito fatuo e dispersivo del pranzo promozionale, in cui si chiacchiera molto più di quanto si parli, e sentire è raramente sinonimo di ascoltare. E chiede aiuto all’ironia, regalandoci accattivanti sbruffonate (“Il mio disco? L’ho ascoltato solo due volte, ma non mi dispiace”) e frecciate all’imperversante moda del gossip: “Mi dispiace per voi – sogghigna, soave – ma non ho matrimoni in vista, né fidanzamenti. E neppure un processo penale: come farete a fare il titolo?”. Racconta degli autori – “Trenta brani, ma non vi dirò chi ha scritto i venti che ho scartato” – invitati a dar vita a questo nobilissimo album, ciascuno raffigurandola in una canzone. E così ecco Ruggeri “che non voleva crederci, di poter parlare con me”. E Fossati che “ha scritto il brano più bello”, Guccini “che mi ha mandato la sua canzone ma non ci siamo mai parlati”, e Battiato “col quale siamo compagni di merengue. Per argomento lui ha scelto Emma Bovary, che era una borghesotta fintamente trasgressiva. Però l’ha colta nel suo momento migliore, quando si stufa del marito”. Il problema, del resto, è che “mancano, ormai, gli autori maledetti.

1998Il Giornale (C. G. Romana)
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RECENSIONI ALBUM Songs – Selezione Articoli – PATTY PRAVO ▪  OCCULTE PERSUASIONI  


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PATTY
PRAVO 

OCCULTE PERSUASIONI 

 ’84

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Fa rabbia trovare ancora in giro, a parlare di Patty Pravo, alcuni esponenti della tribù di “esperti senza capacità di fare esperienze” che affligge l’ambiente dello spettacolo. Costoro ci spiegano che la Strambelli non ha voce, oggi meno che mai. Che “a prendere certe note” non ce la fa proprio, che è distrutta, ammesso che ci sia stato un tempo in cui valeva qualcosa. Lei se la ride, più che altro. Almeno in pubblico. Se queste critiche pedanti le danno fastidio, reagisce con solitaria amarezza invece che con rissose polemiche, come forse avrebbe fatto in altri periodi della sua carriera. Ma la risposta più esplicita di Patty, coraggiosa, quasi una sfida, è contenuta in questa raccolta di canzoni  che è azzeccata in tutto, a cominciare dal titolo: Occulte Persuasioni. Siccome ama la trasgressione (ha frequentato a lungo  l’azzardo e l’ambiguità come dimensioni di vita e come dimensioni estetiche) Patty è andata controcorrente. Ha registrato il suo nuovo disco, sapendo che sarebbe stato un test delicato, pressoché in diretta, come in una situazione “live”. Pochi, intelligenti strumentisti, arrangiamenti sobri ma di rara sapienza e suggestione. E lei, su queste basi, ha cantato, senza ritoccare niente. Il disco è stato fatto così. Dentro c’è lei. Una donna che conosce il segreto della raffinatezza, della misura, della regale spregiudicatezza. Non ha paura di mostrare il suo sfinimento, l’eco della sua dimestichezza con le pratiche – perché no? – di malattia e peccato. Riesce sempre (a parte, forse, le due canzoni più banali, Donne ombra, uomini nebbia e Viaggio) a tradurre la “povertà” delle sue risorse fisiche in ricchezza di fascinazione. Usando una prodigiosa sensibilità languida-magica. Come è possibile parlare di scarsa tecnica al cospetto di questi risultati? E’ tecnica pura, nel significato più vero (cultura nell’uso del proprio strumento espressivo), quella di Patty Pravo. E’ commovente rintracciare nel disco i suoni della sua leggendaria voce. Che ha perso smalto, come negarlo? Patty non ci fa più sentire quei bassi orgogliosi che la resero celebre fin dal pezzo d’esordio, Ragazzo triste, nel 1966, epoca del suo battesimo come “ragazza del Piper”. I bassi che poi furono intrecciati con aristocratiche escursioni nel registro acuto (sempre da contralto, però) in prove ancor più convincenti come La bambola, Se perdo te, Tripoli 1969. Oggi la sua voce è più sommessa, intima. Più scarna. Più monocorde. Patty usa meno colori, timbri più asciutti, più semplici, e ottiene più mistero. Ascoltarla in Prendi, in Amore buono, in Dolce una follia, canzoni di cui si può ben dire che faranno epoca, è sul serio un’avventura emozionante. Scopriamo che un tribolato soggiorno negli Stati Uniti ha finito per restituirci la cantante più moderna che abbiamo oggi in Italia. Oggi che il rock è finito, che è di nuovo tempo di serene penombre, di raccolte meditazioni, di sottili e pensose voluttà, Patty Pravo sa cantare nel modo giusto i versi (incantati e disincantati) del suo miglior autore del momento, Maurizio Monti: “Noi, ci consumiamo con grande gioia noi… E’ una cosa bella, è riuscita bene in questo incontro a modo…” RADIOCORRIERE TV1984Mario Gamba

 
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In cima alla scala di Sanremo, il pallore e l’argento di Patty Pravo appartenevano alla dimensione del mito. Come un’apparizione, la sua immagine ha avvolto tutti d’inquietudine. Di nostalgia. Era certo un passato di leggenda che scendeva da quella scala, con movenze tanto studiate da sembrare naturali. Tre minuti sono stati sufficienti per riappropriarsi di un carisma, di una leggenda artistica che ha fatto gridare al miracolo. Patty, con l’operazione Sanremo, ha riacceso un fuoco che, vorrei sperare, non si spegnerà presto. “Occulte persuasioni” è un album che lascia sbigottiti persino gli amanti del rock. E’ un’opera fatta di semplicità e di raffinatezza superbe, di genialità negli arrangiamenti e di parole che scavano oltre la superficie del cuore. Dietro queste canzoni c’è un vero mondo d’amore che s’agita e gioca, si riflette e s’immerge in una confusione d’atteggiamenti, in uno sdoppiamento proiettato al passato. Un microcosmo emotivo soggiogato dal fascino e dalla tenerezza. Dall’impuria e dalla follia. Dietro questo piccolo miracolo ci sono mani sapienti. La produzione di Lilli Greco, gli arrangiamenti di Maurizio Guarini e un torrente di parole di Maurizio Monti (autore di tutta la prima facciata) e di Paolo Conte (con lo pseudonimo Solingo firma buona parte della seconda). Il segreto, la vera persuasione occulta di questo lavoro, sta nell’intimità del rapporto tra la voce di Patty Pravo e l’ascoltatore. Ogni canzone è un suggerimento, un’introspezione, “un fatto insolito”. Pizzicati di chitarra, arpeggi geniali e leggere toccate di tastiere che si riflettono in un tenero Casiotone dai sussurri umanoidi. La Passeggiata, con la collaborazione musicale di Cocciante, fa respirare questa dimensione e rimanda senza sottintesi alle elucubrazioni vocali di Maureen Tucker e di Nico dei vecchi Velvet Underground del 1967 con gli arpeggi di Lou Reed. Amore buono incide ancora di più, con una frenesia ritmica e un’ansia atonale cara al timbro vocale e strumentale di John Martyn, grazie anche ai passaggi jazz delle tastiere. Dolce una follia fa risaltare una voce da vera, grande interprete che riesce a regalare davvero emozioni continue. Un prodotto affascinante, allettante, maturo, fino alla più lucida follia. ROCKSTAR1984Paolo De Bernardin

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Occulte persuasioni è il primo Compact Disc di Patty Pravo. Non poteva esserci esordio migliore per un’artista che ha sempre vissuto intensamente la propria creatività confrontandola continuamente con il mutare dei tempi – senza paura di giocare spesso un ruolo di rottura con le convenzioni musicali dominanti. Oltre al dato puramente tecnico però siamo qui di fronte ad un evento artistico di grande importanza: “Occulte persuasioni” è infatti il lavoro che riporta Patty Pravo al suo pubblico dopo alcuni anni trascorsi in un’ intensa ricerca artistica ed esistenziale. Cittadina del mondo per convinzione e vocazione, Patty Pravo ha viaggiato molto, ha vissuto in California, ha lavorato con musicisti di diverse nazionalità: ha così accumulato molte esperienze filtrandole con quella sua visione del mondo assolutamente personale. Per questi motivi “Occulte persuasioni” non è solo un Compact Disc di canzoni ma una esperienza più completa: una poesia che si fa vita, una vita che si manifesta in canzone – anzi in nove canzoni scelte con cura ed interpretate con un’abilità tecnica che non è mai fine a se stessa. Come tutte le grandi cantanti infatti Patty Pravo possiede nella voce quella magica qualità che anima una parola e la arricchisce di impensabili sfumature. Il Compact Disc si apre con Per una bambola presentata per la prima volta al Festival di Sanremo 1984 (dove ha vinto il 1° premio della critica). Il testo di questa canzone è vagamente autobiografico e magica la sua interpretazione. Passeggiata è una storia a metà tra sogno e realtà ambientata in un mondo surreale. Il delicato arrangiamento accentua la dimensione da favola della composizione. Cieli di Bahia pennella di azzurro una canzone che ruota attorno alla ricerca di una dimensione più umana nel vivere. Amore buono si distende su un tappeto sonoro di soffice jazz con i vari strumenti che intrecciano un fitto dialogo con la voce della cantante. Dolce una follia ha la struttura di un lento (anche ballabile) che languidamente si perde nel labirinto della follia che sempre accompagna la vita di ogni essere umano: l’importante è dare libero sfogo alla propria anima. Occulte persuasioni ha l’andatura di una ballata avvolgente che tenta di afferrare un istante di amore – un gioco pericoloso che vale sempre la pena di giocare. Viaggio è la voglia di esotismo, un reggae sofisticato che parla di Messico e Caraibi, l’evasione della mente che anticipa il corpo. Donne ombra – uomini nebbia ha il ritmo continuo di un pensiero assillante che dura tutta la notte per poi sfumare improvvisamente ai primi raggi del sole. Infine Prendi, un prezioso dialogo allo specchio, un delicato ricamo vocale che chiude un lavoro sincero e creativo. Nove canzoni che sono altrettanti gesti di amore di Patty Pravo verso la musica e verso il pubblico. 
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PRESENTAZIONE UFFICIALE (booklet CD)  Franco Zanetti

 

 

PATTY PRAVO ▪ RECENSIONE ALBUM Songs – ◼ PATTY PRAVO (CIMITERIA) 1970


PATTY PRAVO 
RECENSIONE ALBUM Songs 

 

PATTY PRAVO (CIMITERIA)  1970
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Arriva fresca di stampa dalla Contempo Records di Firenze la riedizione del terzo album, il disco finora più raro ed ambito della discografia italiana di Patty Pravo. Per aggiudicarsene una copia in ottimo stato servivano ultimamente, nel mercato del collezionismo, dalle tre alle quattrocentomila lire; adesso questa ristampa consentirà a molti di possedere il disco senza più dover sborsare simili cifre. Perché Cimiteria, come è stato ribattezzato Patty Pravo 1970 (oppure Morticia come scherzosamente lo chiama Nicoletta), ha tutto il fascino dell’album di culto, ricercatissimo anche dai collezionisti giapponesi innamorati del pop progressivo italiano? Credo che uno dei motivi principali vada ricercato nella copertina disegnata appositamente da Gordon Faggetter che, oltre ad essere il batterista del primo complesso di Patty Pravo (i Cyan 3) aveva anche delle notevoli doti di pittore. Il soggetto del quadro, neogotico e crepuscolare, sembra ispirato ad un racconto di Poe o di Lovecraft: in primo piano una donna, avvolta in un sudario da morta viva, vaga in un paesaggio di cipressi al tramonto; a sinistra una specie di lapide col volto della donna nel cerchio di un orologio senza lancette; infine ancora due volti femminili quasi pietrificati appaiono nel cielo come fantasmi od angeli preraffaelliti. In tutte queste immagini è ovviamente ritratta Patty Pravo. Una copertina così misteriosa, inquietante e insolita per un disco, anticipa in realtà un filone che vedrà sempre più il ricorso a disegni fantastici per la grafica degli albums; e questo filone di arte surreale passerà in Italia principalmente attraverso i dischi del pop progressivo; credo che questo risvolto “estetico” oltre naturalmente agli aspetti strettamente musicali del fenomeno, attivi estremamente i giapponesi che sono molto sensibili alle espressioni dell’arte occidentale; chi vorrà studiare l’arte nelle copertine dei dischi si accorgerà di quante idee originali si svilupparono nei primi anni Settanta in Italia nelle copertine dei Trip, Banco, Pfm, Rovescio della Medaglia, solo per citare i più noti e come i disegnatori ricorressero a temi fantastici e che spesso sconfinavano nel sogno e nell’incubo, quando non addirittura nell’horror (del resto anche in sintonia con i nomi fantasiosi di complessi che si chiamavano Metamorfosi, La Corte dei Miracoli, La Locanda delle Fate, Un biglietto per l’Inferno, Il ritratto di Dorian Gray, Edgar Allan Poe, Jacula, ecc.).

 

Naturalmente l’album Patty Pravo è piuttosto lontano dal punto di vista musicale dalle tendenze del pop progressivo (che del resto nel 1970 era agli esordi): si muove su terreni più tradizionali, con arrangiamenti e direzioni d’orchestra “classici”; siamo decisamente in ambito “canzone”, anche se con scelte di repertorio varie ed intriganti che permettono a Patty Pravo di esprimersi in varie direzioni. La scelta romantica e melodica è una dominante che impone a brani che affondano maggiormente nel pathos un’alternanza di motivi più leggeri e rasserenanti; anche la scelta di inserire pezzi dei Beatles come Something e And I love her ha questo proposito riequilibrante. So che ad alcuni questo album non piace molto; sarà forse perchè lo trovano troppo eterogeneo e poco moderno o perché composto quasi interamente di covers, con ben pochi brani scritti appositamente per Patty Pravo e con testi forse antiquati. Ma ci sarà allora una ragione per la quale questo disco attira tanto, quasi inconsciamente? Io credo che l’atmosfera un po’ “demodé” (non so voluta da chi) che caratterizza l’album, a cominciare dalle foto interne con quei travestimenti Liberty e anni Venti, abbia indubbiamente un suo fascino anche come specchio di certe mode del momento (dalla semplice riscoperta dei vestiti della nonna alle atmosfere raffinate dei film di Visconti) e sia molto rivelatorio delle proiezioni immaginarie che si andavano facendo sul personaggio Patty Pravo. Già dal tempo dei suoi esordi si parlava di lei come di un cocktail di antico e moderno che ricordava di volta in volta miti femminili come Greta Garbo o Marlene Dietrich o addirittura Francesca Bertini o Wanda Osiris, proiettati nel mondo contemporaneo. E ancora Antonello Falqui in Stasera Patty Pravo aveva giocato a trasformare Nicoletta in “femme fatale”, ora vampira e maliarda belle epoque, ora diva platinata degli anni Venti e Trenta. Questo gioco era stato fatto anche con Mina (dallo stesso Falqui, in Canzonissima ’68), ma con Patty Pravo, che emanava maggiori ambiguità e mistero di per sé, è stato ancora più facile cadere nella tentazione di fare rivivere nel suo personaggio quell’ “eterno femminino” (ora angelico, ora demoniaco) che proprio nell’immaginario del Liberty aveva le sue origini.

Anche sulle canzoni aleggia un’atmosfera nostalgica e decadente (The day that my love went away), un’immagine femminile un po’ perduta, “noire” e fatale (All’inferno insieme a te), passioni assolute gridate con impeto, eccessi di romanticismo estenuato da antichi grammofoni, cantati con voce volutamente rotta e tremolante (Una conchiglia); e non è poco riuscire ad esprimere tutto questo in maniera credibile e convincente, senza farne una caricatura ma anzi riuscendo a rendere quasi sublime anche il kitsch, considerato anche il fatto che Patty Pravo all’epoca era poco più che una ragazzina. Il retro della copertina dell’album, che propone un’altra foto “funerea” (ma in senso anche ironico, non dimentichiamolo, come “divertissement” nel genere humor nero) ha ancora un significato: la fine dell’era del Piper, simboleggiata dall’immagine di Nicoletta e dei ragazzi del suo complesso, ancora vestiti primo Novecento, trasformati in vecchietti un po’ sinistri, in una posa imbalsamata da museo delle cere; tra polvere e ragnatele anche l’insegna del Piper, come se il passato prossimo facesse ormai parte anch’esso del mondo di ieri. Nicoletta ricorda di quando , usciti dallo studio di posa dove avevano fatto quella foto, si fermarono con ancora addosso quel trucco cadaverico per prendere il caffè in un bar lì vicino, tra lo stupore e lo sconcerto generali. Questo disco segna anche la fine del sodalizio artistico con i Cyan 3 + 1 e le immagini ricordo di quei musicisti dai capelli lunghi sfilano nel piccolo museo fotografico all’interno dell’album, come frammenti nostalgici di un periodo appena concluso. Di lì a poco inizierà la stagione “francese” di Patty Pravo, già annunciata dall’inclusione di Non, je ne regrette rien e sarà la volta di Bravo Pravo, che del terzo album costituisce la continuazione ideale.

 

 



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Recensione di Emanuele Bardazzi tratta dalla fanzine PATTY PRAVO CLUB 1990

                                                                                                                                                                                                                                                                     

RASSEGNA STAMPA ▪ PATTY PRAVO  “Ancora non mi rendo conto di essermi sposata” – ’72


RASSEGNA
STAMPA

PATTY PRAVO 

 

Ancora non mi rendo conto di essermi sposata

 

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GIGI VESIGNA INCONTRA PATTY PRAVO NEGLI STUDI PHONOGRAM

 

MARZO 1972Milano – “Mi sono sposata quando ho capito che non reggevo più la convivenza perché mi portava all’allergia dei due spazzolini da denti”. La battuta è più da Patty Pravo prima maniera che da Nicoletta Strambelli, sposa da un mese e pochi giorni, che ha fatto la sua rentrée nel suo mondo, quello del disco, incidendo a Milano alcune canzoni tra cui sceglierà quella del suo prossimo quarantacinque giri. Della Patty Pravo prima maniera, e della diva capricciosa degli ultimi tempi di “zitellaggio”, non è rimasto quasi niente. “Il matrimonio”, dice arrossendo suo malgrado, “mi fa bene. Mi ha ridato equilibrio. E poi se Franco (è il nome del trentaduenne marito della cantante) è stato “omologato” da Sergio (si tratta di Bardotti, da sempre amico fraterno di Patty) vuol dire che è O.K.”.

 

Fa un certo effetto saperla sposata e quasi ad averne un’ennesima conferma si cerca, all’anulare nella sinistra, traccia della “fede”. C’è: è d’oro bianco, ma è sepolta da almeno altri tre anelli, due di bigiotteria, l’altro con un brillante grosso come una nocciola. “Ti meravigli che porto la fede?”, domanda seguendo lo sguardo. “Guarda che io sono una fedelissima. Però, giuro, ancora non mi sono resa conto di essermi sposata. Chissà, un giorno me ne accorgo e magari reagisco. Però mi sembra bello non sentirmi legata per la vita. Avere la sensazione di un legame è già subirlo, soffrirlo, sopportarlo”.

 

Nicoletta Strambelli, neo-signora Baldieri, è più “posata” di quarantacinque giorni fa. Non ha più scatti, non ha più istintive reazioni violente. I suoi lineamenti appaiono più distesi, s’è persino arrotondata lievemente. Parla di se stessa moglie come di un’altra persona, della sua nuova casa come di qualcosa di astratto che però, giorno per giorno, si materializza, si concretizza. “E’ stupenda: un attico e superattico che domina il Pantheon, con grandi terrazze e tantissimi fiori. In più, un piano sotto, c’è un’appendice di casa, due locali col caminetto, che sono diventati il mio studio, dove ricevo gli amici, dove faccio baccano senza disturbare nessuno, e dove, quando rincaso tardissimo al ritorno dal lavoro, mi rintano a dormire, per non svegliare Franco, che si deve alzare presto per andare a lavorare. E’ un matrimonio straordinario il nostro, perché abbiamo raggiunto subito un’intesa. Lui, oltretutto, mi rispetta come artista e quindi rispetta tutto quello che riguarda il mio lavoro. Del resto pensa che, quando l’ho conosciuto, aveva già tutti i miei dischi”.

 

Nicoletta Baldieri, quando è a casa e fa la moglie, ripone Patty Pravo nell’armadio accanto alle eccentriche toilettes da palcoscenico. “Ogni tanto però”, ammette “Patty Pravo fa la sua ricomparsa e brontola, fa i capricci. Che bel pretesto per una bella litigata con Franco! Invece, lui niente. O mi guarda come se non sentisse quel che dico, oppure esce in silenzio. Con reazioni del genere una sbollisce subito e addio lite!”. In casa, comunque, per ora c’è stata poco. Tanto da affiatarsi con Jupiter, il bassotto, Kitty e Susy, le due gatte persiane che Franco Baldieri aveva già da scapolo e che ora ha trasferito nella casa della famiglia. “Non solo quei tre vanno d’accordo”, dice Nicoletta “ma credo che addirittura tra loro ci sia un legame sentimentale… Una domenica, la prima a mia memoria in cui ho goduto della più assoluta libertà, io e Franco siamo stati a Porta Portese. Pioveva: ho visto un cagnolino bagnato e l’ho preso. Franco è stato zitto e così l’ho presentato agli altri. S’è scatenata una scenata di gelosia tale, che adesso il cane bagnato di pioggia è diventato il cocco del posteggiatore che sta sotto casa nostra. Quando mi vede mi fa le feste e mi guarda riconoscente perché l’ho salvato dal vagabondaggio, ma non l’ho tenuto con i tre matti”.

 

Un’ultima rievocazione dei tempi in cui era signorina. “Sai che non mi ricordo dove eravamo quando Franco mi ha domandato: e se ci sposassimo? Però mi ricordo come ho reagito: l’ho guardato e, senza parlare, ho alzato un po’ gli occhi e ho impercettibilmente aperto le braccia. Il giorno dopo abbiamo chiesto la dispensa dalle pubblicazioni. Una settimana più tardi, con le gambe che mi tremavano, ero in Campidoglio, con l’amico Cavallina che mi rivolgeva parole strane alle quali rispondevo “sì”. Non ricordo altro del mio giorno di nozze”.

 

Archiviata la pratica matrimonio, Patty Pravo riaffiora e si parla di canzoni: il programma è intenso. Un nuovo 45 giri e un nuovo album che usciranno contemporaneamente in aprile e che saranno curati da un illustre musicista (“Per favore, per ora non scrivere il suo nome”), poi una tournée in Spagna, Venezuela, Australia. Prima però, almeno così si spera, una breve vacanza-viaggio di nozze. Al ritorno, sicuramente uno “special” televisivo di un’ora e molto probabilmente la partecipazione a Un disco per l’estate. Le solite serate a profusione, organizzate dall’indefesso Ivo Callegari, un’apparizione, la prima dopo lo show dell’ultimo dell’anno e dopo le nozze, in Adesso musica, il nuovo Milledischi della Tv, dove ritornerà per presentare la sua nuova produzione discografica.

 

Una precisazione: Patty Pravo non tornerà alla Rca come si dice in giro da un po’ di tempo. “Chi ha messo in giro questa voce o è in malafede oppure non mi conosce. Io non sono una che torna indietro, perché quando prendo una decisione, vuol dire che ci ho pensato a lungo. Ultima richiesta: a chi ha intenzione di chiedermi notizie di Linda Wolf rispondo una volta per tutte: quello che era un rapporto umano è diventato, purtroppo, un rapporto indiretto, condotto da dichiarazioni sui giornali. Io di dichiarazioni non ne ho mai fatte né intendo cominciare ora. Ma poi perché parlo tanto. Ah, Sergio attacca un po’…”. Si rifugia nell’incisione. Silenzio, si registra! Bisogna uscire in punta di piedi.

 

SORRISI E CANZONI TV – 19 MARZO 1972Gigi Vesigna

 

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