PATTY PRAVO ▪ RECENSIONE ALBUM Songs – ◼ PATTY PRAVO (CIMITERIA) 1970


PATTY PRAVO 
RECENSIONE ALBUM Songs 

 

PATTY PRAVO (CIMITERIA)  1970
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Arriva fresca di stampa dalla Contempo Records di Firenze la riedizione del terzo album, il disco finora più raro ed ambito della discografia italiana di Patty Pravo. Per aggiudicarsene una copia in ottimo stato servivano ultimamente, nel mercato del collezionismo, dalle tre alle quattrocentomila lire; adesso questa ristampa consentirà a molti di possedere il disco senza più dover sborsare simili cifre. Perché Cimiteria, come è stato ribattezzato Patty Pravo 1970 (oppure Morticia come scherzosamente lo chiama Nicoletta), ha tutto il fascino dell’album di culto, ricercatissimo anche dai collezionisti giapponesi innamorati del pop progressivo italiano? Credo che uno dei motivi principali vada ricercato nella copertina disegnata appositamente da Gordon Faggetter che, oltre ad essere il batterista del primo complesso di Patty Pravo (i Cyan 3) aveva anche delle notevoli doti di pittore. Il soggetto del quadro, neogotico e crepuscolare, sembra ispirato ad un racconto di Poe o di Lovecraft: in primo piano una donna, avvolta in un sudario da morta viva, vaga in un paesaggio di cipressi al tramonto; a sinistra una specie di lapide col volto della donna nel cerchio di un orologio senza lancette; infine ancora due volti femminili quasi pietrificati appaiono nel cielo come fantasmi od angeli preraffaelliti. In tutte queste immagini è ovviamente ritratta Patty Pravo. Una copertina così misteriosa, inquietante e insolita per un disco, anticipa in realtà un filone che vedrà sempre più il ricorso a disegni fantastici per la grafica degli albums; e questo filone di arte surreale passerà in Italia principalmente attraverso i dischi del pop progressivo; credo che questo risvolto “estetico” oltre naturalmente agli aspetti strettamente musicali del fenomeno, attivi estremamente i giapponesi che sono molto sensibili alle espressioni dell’arte occidentale; chi vorrà studiare l’arte nelle copertine dei dischi si accorgerà di quante idee originali si svilupparono nei primi anni Settanta in Italia nelle copertine dei Trip, Banco, Pfm, Rovescio della Medaglia, solo per citare i più noti e come i disegnatori ricorressero a temi fantastici e che spesso sconfinavano nel sogno e nell’incubo, quando non addirittura nell’horror (del resto anche in sintonia con i nomi fantasiosi di complessi che si chiamavano Metamorfosi, La Corte dei Miracoli, La Locanda delle Fate, Un biglietto per l’Inferno, Il ritratto di Dorian Gray, Edgar Allan Poe, Jacula, ecc.).

 

Naturalmente l’album Patty Pravo è piuttosto lontano dal punto di vista musicale dalle tendenze del pop progressivo (che del resto nel 1970 era agli esordi): si muove su terreni più tradizionali, con arrangiamenti e direzioni d’orchestra “classici”; siamo decisamente in ambito “canzone”, anche se con scelte di repertorio varie ed intriganti che permettono a Patty Pravo di esprimersi in varie direzioni. La scelta romantica e melodica è una dominante che impone a brani che affondano maggiormente nel pathos un’alternanza di motivi più leggeri e rasserenanti; anche la scelta di inserire pezzi dei Beatles come Something e And I love her ha questo proposito riequilibrante. So che ad alcuni questo album non piace molto; sarà forse perchè lo trovano troppo eterogeneo e poco moderno o perché composto quasi interamente di covers, con ben pochi brani scritti appositamente per Patty Pravo e con testi forse antiquati. Ma ci sarà allora una ragione per la quale questo disco attira tanto, quasi inconsciamente? Io credo che l’atmosfera un po’ “demodé” (non so voluta da chi) che caratterizza l’album, a cominciare dalle foto interne con quei travestimenti Liberty e anni Venti, abbia indubbiamente un suo fascino anche come specchio di certe mode del momento (dalla semplice riscoperta dei vestiti della nonna alle atmosfere raffinate dei film di Visconti) e sia molto rivelatorio delle proiezioni immaginarie che si andavano facendo sul personaggio Patty Pravo. Già dal tempo dei suoi esordi si parlava di lei come di un cocktail di antico e moderno che ricordava di volta in volta miti femminili come Greta Garbo o Marlene Dietrich o addirittura Francesca Bertini o Wanda Osiris, proiettati nel mondo contemporaneo. E ancora Antonello Falqui in Stasera Patty Pravo aveva giocato a trasformare Nicoletta in “femme fatale”, ora vampira e maliarda belle epoque, ora diva platinata degli anni Venti e Trenta. Questo gioco era stato fatto anche con Mina (dallo stesso Falqui, in Canzonissima ’68), ma con Patty Pravo, che emanava maggiori ambiguità e mistero di per sé, è stato ancora più facile cadere nella tentazione di fare rivivere nel suo personaggio quell’ “eterno femminino” (ora angelico, ora demoniaco) che proprio nell’immaginario del Liberty aveva le sue origini.

Anche sulle canzoni aleggia un’atmosfera nostalgica e decadente (The day that my love went away), un’immagine femminile un po’ perduta, “noire” e fatale (All’inferno insieme a te), passioni assolute gridate con impeto, eccessi di romanticismo estenuato da antichi grammofoni, cantati con voce volutamente rotta e tremolante (Una conchiglia); e non è poco riuscire ad esprimere tutto questo in maniera credibile e convincente, senza farne una caricatura ma anzi riuscendo a rendere quasi sublime anche il kitsch, considerato anche il fatto che Patty Pravo all’epoca era poco più che una ragazzina. Il retro della copertina dell’album, che propone un’altra foto “funerea” (ma in senso anche ironico, non dimentichiamolo, come “divertissement” nel genere humor nero) ha ancora un significato: la fine dell’era del Piper, simboleggiata dall’immagine di Nicoletta e dei ragazzi del suo complesso, ancora vestiti primo Novecento, trasformati in vecchietti un po’ sinistri, in una posa imbalsamata da museo delle cere; tra polvere e ragnatele anche l’insegna del Piper, come se il passato prossimo facesse ormai parte anch’esso del mondo di ieri. Nicoletta ricorda di quando , usciti dallo studio di posa dove avevano fatto quella foto, si fermarono con ancora addosso quel trucco cadaverico per prendere il caffè in un bar lì vicino, tra lo stupore e lo sconcerto generali. Questo disco segna anche la fine del sodalizio artistico con i Cyan 3 + 1 e le immagini ricordo di quei musicisti dai capelli lunghi sfilano nel piccolo museo fotografico all’interno dell’album, come frammenti nostalgici di un periodo appena concluso. Di lì a poco inizierà la stagione “francese” di Patty Pravo, già annunciata dall’inclusione di Non, je ne regrette rien e sarà la volta di Bravo Pravo, che del terzo album costituisce la continuazione ideale.

 

 



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Recensione di Emanuele Bardazzi tratta dalla fanzine PATTY PRAVO CLUB 1990

                                                                                                                                                                                                                                                                     

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