Archivi giornalieri: 10 novembre 2017

Patty Pravo: «L’amore che non manca»

Patty Pravo: «L’amore che non manca»


9 JUL, 2014
di LAVINIA FARNESE


Nella vita è «sola e felice» e a 66 anni, dietro le quinte del Sulla luna tour, ha più di Un pensiero stupendo. Lasciando stare Venezia. E Renzi

La musica che resta senza più parole in chiusura delle sue canzoni, finisce d’accompagnarla col corpo, in un volteggio via via più lieve a spegnersi del polso, delle mani. Lo fa da quando ragazza nelle immagini di repertorio in bianco e nero aveva medesima fantasia, ma meno anni: sono quasi 50 dalla sua prima esibizione al Piper.

Patty Pravo si specchia in vestaglia bianca sotto le luci del suo camerino: è scalza, e fuma. Come una signora «bella, altera e un po’ sdegnosa», che si sente essere stata madre in vita sua solo di quella, ma l’ha fatta a guardarla così senza simili da non avere rimpianti, e neanche paure.

Non le manca, no, un amore, e anzi declina la solitudine al superlativo («Di storie ne ho avute, di mariti pure, ogni tanto cazzeggio, ma sola si sta di un gran bene»). Più dischi di lei – che ne ha venduti 110 milioni – solo Mina, eppure non si preoccupa della sua eredità («Sting ha detto ai figli che dovranno cavarsela da soli, io manco li ho fatti, figurarsi se posso avere pensato a chi andranno le mie cose»).

Lascia che l’istinto risponda per lei, al «Santa subito» che le urlano dalla Cavea dell’Auditorium, nella data romana del Sulla luna tour (con cui girerà Italia e isole tutta l’estate): «Per carità!».

Spergiura che nulla è cambiato da qualsiasi allora indietro nel tempo («Di bravate ne ho sempre fatte. E spero proprio di non avere concluso l’opera»). Il 28 agosto, in Italia, uscirà Xenia, un film del greco Panos H. Koutras presentato già al Festival di Cannes in cui in un cameo interpreta sé stessa, adorata dai fan. «Ne ho di così appassionati. Ma per fortuna sono simpatici e non malati. Il più piccolo qui ha sei anni».

Il presidente del consiglio, Matteo Renzi, non ha vinto la sua anarchia («Non ho mai votato, e più mi guardo intorno più mi passa la voglia»). Aspetta piuttosto la chiamata di papa Francesco, visto che ha «cantato per tutti gli altri e buona memoria per imparare quel che più vorrà». Venezia le dà un dolore ogni volta che torna («Per l’assedio dei negozi di maschere dozzinali, la sporcizia, il male-odore»), quando un tempo era il suo Pensiero Stupendo («Io ci sono nata e cresciuta: da bambina camminavo tra i canali, lì la laguna, le calli quasi vuote, i colori, i silenzi»).

Scaletta decisa sui desideri dei seguaci sui social: c’è Pazza Idea, Tutt’al più, Non andare via. Non in quest’ordine. Ma tutto succede, in un’ora e mezza. Ed è un buon tempo, quello con lei.

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Patty Pravo: «bella, bella, bella idea»

Patty Pravo: «bella, bella, bella idea»


26 NOV, 2013
di ILARIA CHIAVACCI


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«Alcuni dei miei look sono esposti a Palazzo Pitti, gli altri li metto all’asta per Emergency». Fino a Natale gli abiti più belli della «ragazza del Piper» saranno in vendita per contribuire alla realizzazione di un ospedale in Sud Sudan

Patty Pravo entra nella boutique di Gianluca Saitto – che da qualche tempo la segue come stilista – perché qui verrà lanciata l’asta benefica in favore di Emergency di alcuni dei suoi abiti di scena più belli; arriva e sembra, ancora, una ragazzina. Skinny, stivaletti puntellati da qualche borchia, cappotto lungo, croci come ciondoli, per finire, un beanie infilzato da una spilla. La «ragazza del Piper» magari non lo sarà più, ma un’icona di stile, quello sì, lo è ancora. E mentre in sottofondo attacca una delle sue hit più amate, Pazza idea, Patty si siede e inizia a raccontarsi.

Tutti gli abiti che ha donato per l’asta sono in qualche modo significativi. Ce n’è uno a cui è affezionata in maniera particolare?
«Quello di Versace che ho indossato nel 1984 al Festival di Sanremo. Volevo una maglia di ferro e mi fu consigliato il buon Versace col quale poi abbiamo iniziato una bellissima collaborazione».

Una mise in bilico tra il futurista e l’orientale che è passata alla storia…
«Era esattamente quanto volevo ed è riuscito in pieno. E poi ho conosciuto Gianni che era una persona meravigliosa, arrivava con il suo quaderno e mi diceva su due piedi di fargli uno schizzettino di quello che volevo. In quell’occasione fu tutto perfetto, dall’abito, alla pettinatura, al ventaglio. Avevamo studiato tutto nei minimi dettagli. Per l’acconciatura facemmo delle ricerche, mentre il ventaglio, quello è venuto in mente a me».

Da dove veniva quindi la pettinatura?
«Visitammo musei e librerie per trovare quello che era un omaggio al Giappone, frequentavo molto i giapponesi in America in quel periodo, è stato qualcosa che mi è venuto in maniera molto naturale».

Nella sua carriera ha sempre usato degli pseudonimi, prima Guy Magenta, poi Patty Pravo. Rappresentano una sorta di schermo o di maschera?
«No, Guy Magenta è stato solamente per una carnevalata di un giorno, molti me lo attribuiscono, ma non è mai esistito. E Patty Pravo lo dico solo quando qualcuno non mi conosce bene, ma in genere quando chiamo prima mi presento come Strambelli».

E per quanto riguarda il look? Le mise di Patty Pravo sono diverse da quelle di Nicoletta Strambelli?
«Nella vita di tutti i giorni non mi trucco mai, sto con fuseaux, scarpe basse e maglietta. Quando lavori è diverso, vestirsi diventa anche più divertente».

Ai tempi della «ragazza del Piper» era una vera e propria icona di stile: erano look studiati anche al tempo?
«Mi veniva piuttosto naturale, poi eravamo tutte così, tutte portavamo i capelli cotonati e un trucco molto marcato. E poi allora fortunatamente non c’erano così tante persone che ti dicevano cosa fare, la prima volta che sono apparsa in televisione, per esempio, ero girata di schiena».

E allora ci racconti, cosa faceva Nicoletta in piedi di fronte all’armadio prima di andare al Piper?
«In verità non ci stavo più di tanto, mi vestivo come sempre, con le cose che andavano di moda al tempo come i pantaloni a vita bassa, che all’epoca era bassissima e ci lasciavano sempre col sedere mezzo scoperto, magliette, camicie, ma niente di particolarmente esagerato. Quello che posso dire è che spesso compravo da Biba, a Londra».

La volta che sul palco si è sentita più estrema?
«Forse a Saint Vincent, quando ho presentato Pensiero Stupendo, mi sono presentata con i capelli tutti dritti, sparati sulla testa».

E più elegante?
«Sai, a volte stai benissimo e ti senti comme il faut anche solo con la maglietta nera. L’eleganza è un’insieme di cose. Prendiamo ancora il Sanremo dell’84, in quel preciso momento quel Versace era perfetto, così come era perfetta quella  particolare pettinatura e tutto il resto».

Il ricavato dei suoi abiti andrà a Emergency, come mai ha scelto questa associazione?
«Perché Gino Strada è un mio amico, non è la prima volta che collaboriamo, anche se magari non l’ho mai enfatizzato prima. Il discorso dell’asta mi è venuto in mente quando mi hanno chiesto di dare degli abiti al Museo del Costume a Palazzo Pitti. Ho pensato che quello soddisfaceva il piacere di essere annoverata tra le donne significative del ‘900 e che un’altra parte del mio guardaroba sarebbe potuta servire per uno scopo ancor più nobile».

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