Archivi giornalieri: 27 ottobre 2018

PATTY PRAVO Intervista esclusiva – RARO! Luglio 1990

PRAVISSIMA RASSEGNA STAMPA

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PATTY PRAVO Intervista esclusiva

RARO! Luglio 1990

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L’incontro è fissato per sabato mattina di un’avanzata primavera dal cielo cupo e l’aria fredda. Le stagioni non si distinguono ormai più, ma al contrario, in campo artistico-musicale, i veri artisti si distinguono ancora. Fortunatamente, lei, PATTY PRAVO, è uno di essi. L’orario è per l’ora di colazione. Puntuale mi addentro su in un palazzo della vecchia Roma. All’ultimo piano. E’ la stessa PATTY PRAVO ad aprirmi, in T-shirt bianca e calzamaglia, e mi accoglie con simpatia. Ha i capelli ancora bagnati ed è senza trucco. A vederla così, in modo del tutto semplice, la trovo ancora più bella. In risalto, sulla carnagione bianca e liscia del viso, gli inconfondibili occhi verdi, ribellione e dolcezza dei giovani di ieri, ma anche dei giovani di oggi. Un simbolo, pur senza volerlo. Mi fa accomodare, pregandomi di attendere solo un poco. Il tempo di qualche telefonata di lavoro. Ed intanto mi guardo intorno, cercando qualsiasi traccia che parli di musica. All’ingresso un juke-box anni ’60, con pacchi di album sparsi in terra sulla moquette bianca. Qualche sua foto di recenti servizi fotografici, e un mini-poster di James Dean. Molte musicassette e compact-disc, pochissime le sue; abbondano invece i grandi del pop, da Bob Dylan ad Elton John, dai Queen a Frank Sinatra, Eartha Kitt e Nina Simone. Jazz e molta musica classica. Poco dopo inizio con le mie domande

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“RARO!” E’ una rivista riservata principalmente agli amanti del disco da collezione, e in questo tu sei una delle artiste più collezionate, ma anche più “cara”, nel senso di quotazione: un tuo disco è stato pagato anche mezzo milione…

… speravo di più (ride).

Ti fa piacere questo?

Ovvio, ma so che adesso ristampano tutto, so che tra poco viene ripubblicato in CD anche “Biafra” (il long-playing della Ricordi, N.d.A.) e di questo sono contenta.

… anche perché all’epoca non fu pubblicizzato molto, né tantomeno capito, troppo coraggioso…

… io lo stavo ascoltando giorni fa’, ed ha dei suoni che adesso vanno benissimo, e poi mi è costato parecchio. Pensa che siamo stati obbligati a lavorare di notte, ed è faticoso, anche se a me piace iniziare a lavorare a mezzanotte… ma voglio ritornare un attimo alla tua prima domanda. Sì, sì, mi fa molto piacere essere collezionata, anche perché non sono molti, e poi perché c’è anche una riscoperta, soprattutto da parte dei giovani, che non credo abbiano mezzo milione da spendere per un disco. Ho scoperto che ragazzini di 14 anni hanno tutta la mia discografia…

… l’ho scoperto anch’io!!

(ride)… quindi mi fa piacere.

Senti, un po’ per tutti i cantanti, succede che il pubblico associa il personaggio al successo, o ai successi più grandi della carriera.

Nel tuo caso sei la cantante de “La bambola”, o di “Pazza idea”: ma c’è invece qualche altra canzone, magari di successo minore, a cui ti piacerebbe essere associata?

No, io proprio di questi problemi non ne ho, ma è chiaro, quando vendi un milione di copie, come è successo con “La bambola”, che tra rifacimenti e ristampe adesso avrà venduto venti milioni di copie, o per “Pazza Idea”, che è stata in classifica nei paesi del nord fino al Sud Africa, questo succede. Quindi ci sono dei pezzi che sono fondamentali, non fondamentali per la tua stessa carriera, ma diventano fondamentali dopo: quindi mi ritroverò, che ci sia o non ci sia, come quella de “La bambola”, di “Pazza idea” o di “Pensiero stupendo”, che sono pietre miliari… che poi mi piacciano o non mi piacciano, be’ questo è un altro discorso. “Pazza idea” mi piace perché è un pezzo compiuto, musicalmente molto valido. “La bambola” è un fatto di costume, allora non mi piace per niente…

Si diceva che era addirittura un provino…

…tutti sono stati dei provini.

Il successo di questi pezzi l’ha decretato il pubblico, più che altro, ma se dipendesse da te associarti a qualche altro lavoro?

Ma io penso di aver dato delle cose di diverso spessore, di genere diverso. Bene o male ho iniziato con delle cose molto pop, poi ho fatto la grande interprete, e forse questa è la cosa che mi è riuscita meglio, vedi così Leo Ferrè che scrive per me, Brel, o Vinicio de Moraes, che hanno scritto delle cose per me… parlavamo di “Biafra”: e poi ho fatto anche, magari solo dal vivo, l’heavy metal o altre cose, che però non sono uscite su disco. Se poi tu mi chiedi in quali cose mi ritrovo di più, allora ti dico che mi ritrovo di più in pezzi come “Non andare via”, dove posso lavorare con arrangiamenti tipo Hendrix, perchè sono dei pezzi che, come li giri li giri, mi stanno bene. E quindi, fino adesso onestamente non posso dire che mi riconosco in qualcosa, cerco di fare un disco che mi piaccia, e questo è imperativo per me, anche se non potrà essere completo, perchè ho una voce, uno strumento, ed ho soprattutto una testa eclettica, di un certo tipo.

Infatti ti volevo chiedere come si fa a passare, con estrema facilità e in breve tempo, dal Sonny Bono di “Ragazzo triste” a Jacques Brel.

Ma sì, perchè ti ritrovi, magari da bambina, a 15 anni a cantare Sonny Bono e, a 19 poi, a cantare “La chanson des vieux amants”. Tra l’altro in quel periodo già c’era Bill Conti.

Come è nata questa collaborazione?

Lui era in Italia, faceva piano bar: diventammo amici e facemmo molti pezzi, tra cui quelli di Shel, e poi facemmo tre album. Come direttore d’orchestra dei miei concerti girammo il mondo, e fu molto piacevole.

Quelle cose che ti danno piacere.

Tra le tue altre collaborazioni vi è stato anche Vangelis, un altro grande.

Sì, tra l’altro anche “Sconosciuti cieli”, già nota di Jon Anderson (ex degli Yes, N.d.A.). La cantò lui e la cantai anch’io, praticamente in contemporanea.

A proposito di grandi, nei tuoi primi quattro LP c’è sempre un pezzo dei Beatles. Era una tua precisa scelta o una legge di mercato?

Guarda, allora gli album venivano fatti con un certo criterio, come ancora adesso, ed io mi rifiuto di farli così, e fin d’allora avevo un certo rifiuto per le canzoni italiane. Quando, ad esempio, proposi di incidere “Ol’ Man River” alla RCA, mi guardavano così, poi andò bene, anche se io avrei preferito cantare, ad esempio, Eartha Kitt. Sarebbe stato più interessante. Allora si registrava a due piste, al massimo quattro, quindi quasi in diretta, mi passavano “Ol’ Man river”… no, dei Beatles a me non fregava proprio niente, mi piacevano molto di più i Rolling Stones. Certo, anche loro, nel bene o nel male, hanno fatto la storia della musica: ma se io sono musicista è perchè è esistito il blues e il rithm and blues.

L’esperienza con la Philips, cosa ti ha lasciato artisticamente?

Be’, più che altro, può indicare agli altri che io… sono brava a produrre!! (ride).

Ma anche brava a cantare: vedi l’album “Di vero in fondo”.

Sì, anche gli altri pezzi che erano dentro a quell’album, con quei toni sforzati, i vibrati… però mi piaceva molto quel periodo. Non so se tu ricordi o hai rivisto i miei vecchi filmati, in quel periodo ero proprio cambiata fisicamente, ero più attrice…

Qualche tuo album è stato un po’ travagliato in fase di realizzazione, per esempio “Mai una signora”…

“Mai una signora” lo feci praticamente in diretta, col mio gruppo. “Come un Pierrot”, pensavo lo buttassero via, per quanto faceva schifo, anche se poi alla gente piaceva. Lo registravamo in tre studi, dove c’erano degli stranissimi esseri, di cui ora non ricordo il nome, gente d’avanguardia, americani, inglesi, norvegesi, tutti buttati per terra in dei tappeti e incensi vari… Io dicevo, “non mi sembrano pezzi da arrangiare così”, ma poi non è stato così travagliato, perchè alla fine mi son trovata con Bacalov… sai, il problema di “Mai una signora”, a mio avviso, è stato solo uno, che ci siamo trovati con dei testi fatti all’ultimo momento, e i pezzi si sono rovinati per questo, per esempio, il testo della stessa “Mai una signora” non mi soddisfaceva! “Radio” è un pezzo bellissimo, ma non è mai uscito, con un testo strepitoso. Un pezzo bellissimo era anche “Un amore assoluto”, che si chiamava “Athina” in inglese, poi distrutto da un testo pesantissimo, a mio avviso. Eravamo troppi, Bacalov che capiva meno di me, io meno di lui, Giovanni Ullu che aveva il suo carattere, Maurizio Monti un altro… e quindi, travagliato in questo senso. E’ stato un po’ rovinato. Poteva essere un album più interessante.

Anche “Miss Italia” ha una storia particolare, no? Io ho scritto in un mio articolo che, da indiscrezioni, all’epoca si diceva che il pezzo in questione, avendo dei riferimenti politici ben precisi, fu censurato dalla stessa RCA e tolto, in ultima analisi, dall’LP.

E’ vero, arrivai il giorno che avevano ammazzato Moro, io neanche lo sapevo! Avevo fatto questo pezzo, che tra l’altro trovavo bellissimo… ecco, questo era heavy metal, con tre, quattro chitarristi… ma poi non è stato inserito.

E’ da ripubblicare allora…

…allora era attuale! Solo che l’ho beccata il giorno sbagliato!!! (ride).

Rimanendo in tema album, non so se tu sei d’accordo, ma io trovo che “Munich album”, musicalmente era all’epoca avanti di dieci anni. Sei d’accordo?

Eh be’ sì. Infatti “New York”, tra l’altro, era stata fatta dal tastierista di Frank Zappa… però non mi interessava molto quell’album, io mi “impicciai” di “The King” perchè mi piaceva molto, di “Male bello” di Ivan Cattaneo e di “New York”. Il resto lo feci fare a loro e… buonanotte!

E perchè venne “Cerchi”?

Perchè mi afflissero talmente le “palle” in America – pensa che se ne occupò la Capitol americana – e volevano a tutti i costi che facessi un contratto con loro per un disco rock. Io ho fatto quello che potevo fare, non mi sono posta il problema effettivamente, dovevo rifare me stessa ma è molto difficile rifare se stessi quando è così a breve scadenza, e quindi non mi piaceva l’idea di ripropormi. Poi invece vennero, mi afflissero… io stavo formando una band che fosse internazionale, con una mescolanza di stili: c’era Gianni Dall’Aglio che scriveva molto bene, anzi scrive tuttora molto bene, c’era Paul Martinez, c’era Frank Martin, un musicista americano mio amico… e si pensava di fare questa “unione” tra italiano, inglese, americano e una veneziana. Mi sembrava molto carino. Io non volevo, alla fin fine, tornare a fare Patty Pravo. Inizialmente poi, era un album in inglese ed ho dovuto rifare tutti quei testi in una notte… considerando che ero in America da tre anni e non parlavo più una parola di italiano, una difficoltà spaventosa. Lo cantai anche, in una notte!

Ora ti provoco un po’! Il tuo rapporto con le case discografiche è stato spesso turbolento per una ragione o per l’altra.

Perchè, secondo te?

Ma sai, questo accade anche con gli artisti stranieri perchè, bene o male, c’è sempre un conflitto artista-industria: non che l’artista non voglia il successo, per carità, anche perchè io trovo che quando si raggiunge la massa sia importante arrivarci con pezzi importanti. Io ci ho provato a fare le cose di mezzo, si sta malissimo. Purtroppo le case discografiche in Italia non stimano gli artisti, oppure, se li amano, non li trattano come dovrebbero; non so se è colpa anche dell’artista, in questo caso mia, cioè trovo inutile che si prendano una Patty Pravo e fingano che gli vada  bene. Io naturalmente cerco sempre di capire cosa vogliono fare artisticamente, perchè mi sembra basilare, e c’è sempre questa cosa sotto non chiara in cui pare che tutti quanti ti danno ragione, che hanno capito tutto, e poi invece, cercano di deviarti: e questo mi è successo, particolarmente, da quando sono ritornata in Italia, anche perchè penso che le cose sono un po’ degradate. Ad esempio, mi sono trovata alla CGD, con Caterina (Caselli, N.d.A.), con dei pezzi che Paolo Conte aveva scritto per me, splendidi devo dire, meravigliosi, ed erano pezzi che iniziavano con un finto inglese, finto francese… dei mondi che dovevano essere fatti in quella maniera, ed è iniziato così, poi invece mi sono ritrovata a fare delle cose che non c’entravano assolutamente nulla… non può avere successo una cosa del genere, è ibrido, puoi anche cantar bene, d’accordo, però non tocca le corde, né le tue né tantomeno quelle del pubblico.

E in quel periodo hai inciso “Menu”.

Ho fatto “Menu” e lì è stata una cosa … tragica, improponibile. Io feci il provino in inglese, e in inglese era abbastanza carino, però non era nato con quell’arrangiamento, poi Zambrini ha voluto fare gli arrangiamenti, Migliacci volle fare il testo, che era una cosa … che poi censurai: delle cose allucinanti, mi ricorda “Donna con te”, come bruttezza, meno brutta forse, se non altro non era copiata! Quindi, com’era nato, “Menù” non era brutto, io ho fatto il provino ed era molto carino, poi c’è stato l’arrangiamento sbagliato e il testo orrendo…

… e questo si sentiva all’ascolto …

Ma non ero io, guarda, per tagliare corto, alla fin fine io non sono mai stata convinta della mia produzione di questi ultimi sette anni, dall”84 ad oggi.

Quindi non salveresti neanche “Oltre l’Eden”, che a mio avviso non era male.

“Oltre l’Eden” era nato ad una certa maniera ma poi, pezzi che duravano sei minuti sono stati ridotti a tre, con tanto di tagli. Invece, il disco che avevo fatto di “Oltre l’Eden”, con i miei musicisti e con pezzi di Giovanni (Ullu, N.d.A.) e miei, era un altro mondo, ed era più compiuto, poteva anche non piacere ma era diverso. La cosa che mi ha spaventato di “Oltre l’Eden” è stata la critica. Ho avuto le più belle critiche in assoluto di tutta la mia carriera per un disco che a mio avviso, invece, doveva essere strapubblicato, appunto perchè aveva la possibilità di essere un disco quasi eccelso per il suo genere. Cioè, chi aveva captato che c’era qualcosa di geniale doveva dire: “Sì, c’è qualcosa di geniale, ma dov’è andata a finire?”. Questo m’ha spaventato molto, io ho notato poi che quando vengo criticata bene… poi, a parte che quel disco è stato poco pubblicizzato…

Tieni molto in considerazione la critica? Ti interessa?

No, mi preoccupa quando tutto è buono (ride).

Com’è il tuo rapporto con i giornalisti?

I giornalisti? Ah… pensavo i musicisti, avevo più motivo di parlarne!

Ne parleremo dopo.

Con i giornalisti è stato molto interessante all’inizio, ma non è che mi interessassero più di tanto. In Italia non esiste una stampa specializzata, né esistono giornalisti specializzati, che sanno scrivere bene, per esempio per fare un’intervista giusta ci si dovrebbe vedere almeno due volte…

…quindi questa è la prima parte, e poi ce ne sarà una seconda…

(ride forte) … no, no, a te ho raccontato tutto!!!

E con i musicisti?

Ecco, non è che mi vanti, ma forse sono l’artista più amata dai musicisti, anche perchè sono io stessa una musicista. Ed è molto strano e molto difficile, ma ho un rapporto splendido, ma non solo con loro, anche con i tecnici, i fonici, ecc. …

Chi ti conosce sa che artisticamente sei una professionista.

Sì, ma questo è perchè ho una buona scuola!

Tra l’altro, sei l’interprete che ha cantato – forse più di tutti – il meglio del cantautorato italiano: De Gregori, Venditti, Cocciante, Fossati, Paolo Conte, e ne potrei aggiungere moltissimi altri… non ultimo Battisti.

Sì, molti hanno scritto per me, e se avessi voluto avrebbero continuato a scrivere, solo che poi – come stavamo dicendo prima a colazione – è troppo facile fare un disco usando il nome altisonante dell’autore, lo trovo sterile, non divertente, allora preferisco il teatro per usare certe cose. Francesco (De Gregori, N.d.A.) l’ho trovato sempre splendido, con Antonello (Venditti, N.d.A.) ho un rapporto meraviglioso…

… io trovo eccezionale “Le tue mani su di me”.

Ah, sì, anch’io ho sempre amato quel pezzo.

E il Cocciante di “Poesia”?

Ma sai, Riccardo oltre “Poesia”, ha scritto anche altri pezzi per me.

Vedi, la scuola romana venne fuori perchè la signora Patty Pravo aveva bisogno di pezzi… diciamoci la verità… e loro lo sanno meglio di me. Io poi ho preso, tra tutto il materiale, quello che mi piaceva: “Mercato dei fiori”, “Poesia”, “Le tue mani su di me” e non ho preso tutto il resto. L’unica cosa che non ho voluto fare era… “adesso siediti su questa seggiola”…

…parli di “Bella senz’anima”?

Sì, c’era Ennio (Morricone, N.d.A.) che mi diceva: “Perchè devi cantare sto pezzo?”; anche Ornella (Vanoni, N.d.A.) la voleva tra i suoi progetti, ma poi non se ne fece niente. Ho un altro aneddoto da raccontarti: Bruno Lauzi scrisse quel suo pezzo che a me piace tantissimo, “Roberto e l’aquilone”, io stavo registrando sotto, lui registrava sopra, sempre alla RCA, ci incontrammo, ci salutammo, eccetera, poi a un certo punto mi disse: “Ti voglio far sentire una cosa che mi viene in mente in questo momento”, la fece lì, e io la rifeci al volo. Tra l’altro, “Incontro”, è un album che facemmo tutto in una notte, e mi sembra che riuscì benissimo, tra l’altro. Il tutto in tre giorni: è stato l’album più … veloce della mia vita … (ride). Indolore totale!

Tornando agli autori, ce ne sono altri, oggi, che non hai mai cantato e che vorresti cantare?

No, non sento nulla che mi interessi, ultimamente. C’è poco, c’è veramente poco, c’è autocensura, ed io odio l’autocensura in un artista. Si ha paura di essere fuori dal mercato. Non c’è molto che mi interessa, onestamente penso che sia anche meno problematico adesso avere musica italiana perchè, tra l’altro, a che serve?

Culturalmente alla fin fine, siamo sempre stati europei, una volta non c’era tutto questo separatismo, invece di esserci meno barriere, ce ne sono sempre di più, ed è una cosa che, a mio avviso fa malissimo.

Sono di moda, ultimamente, i duetti canori, anche internazionali…

… a pagamento!!! (ride)

…se proponessero anche a te di farlo con qualche artista italiano o straniero, hai mai pensato con chi ti piacerebbe farlo?

Ma sai, a parte che quando hai voglia di farlo magari ti ritrovi tra amici e succede di suonare, ringraziando Dio non sono una frustrata, e poi non credo ai duetti a pagamento. Per farlo con qualcuno deve essere una cosa spontanea, è un fatto di estremo rispetto e di piacere, innanzitutto, poi magari il giorno che mi pagherà a me qualcuno per fare l’ospite da qualche altra parte, sarò molto contenta!!! (ride)

Viva la sincerità!

Certo! Perchè no? Sarebbe un peccato se prima o poi, insomma, non succedesse, a parte che questa cosa non esiste proprio. Non si fa musica prendendo un nome perchè conviene… se si fa, si fa per amicizia. Ho un grande amore per Nina Simone… ma parlo sempre di classici… non avrei un musicista particolare.

Com’è il tuo rapporto con i fan?

Ma io vivo benissimo con la gente! Ho un rapporto splendido, giro, parlo, chiacchiero. Ho un bel rapporto con la gente.

Quindi non è vero che Patty Pravo è diva, tra l’altro io ti trovo molto semplice!

Ma sì, lo sai questo da dove viene fuori? Mi danno della pazza perchè io giro con lo specchio personale, quando lavoro. Io quando lavoro ho bisogno di luci, del camerino… ad esempio prendi Sanremo: arrivo il pomeriggio come una persona normale, entro nel mio camerino, metti a posto le tue cose, e inizi a concentrarti, non ha importanza che tu debba fare uno spettacolo di due ore e mezza, o lo spazio di una canzone, vai a fare il tuo mestiere. Ma in Italia, come ti dicevo appunto, il rispetto per il pubblico, la professionalità… quando vedono che entri alle sei del pomeriggio in camerino, è una cosa fuori di testa, perchè uno dalla stanza da letto, dalla suite dell’albergo, scende già vestito e truccato e va in palcoscenico; io questo non lo so fare: da questo viene fuori l’effetto-diva. Generalmente poi, quando lavoro, sembro alta, grande, dipende poi da che pezzi faccio, ad esempio nel periodo che facevo la grande interprete sembravo grande, quasi matrona… invece, mi vedi, sono un … frugoletto. Questo non viene capito ancora adesso.

Qual è la canzone che ami di più?

Sai, io amo tantissimo “Col tempo”, che infatti, ogni volta, rileggo diversamente, e questo è anche un fatto d’amore per Leo Ferrè, devo dire. E poi mi piace “Non andare via”, naturalmente. Non so per quale motivo, però è un classico, che poi veste la mia parte di rocchettara di base. Io sono un po’ rocchettara e un po’ classica. Se guardi i grandi, sempre rocchettari sono, prendi Mozart: più rocchettaro di così!!!… (ride)

Qual è il mercato straniero che ti ha dato più soddisfazione?

Tutto il Sud America, e chiaramente ancora adesso la Spagna, perchè sono latini, anche la Francia mi ha dato delle cose… tra l’altro, non sono mercati che ho molto coltivato. Sì la Francia mi ha dato tantissimo, lì si ama molto un artista. Mi ricordo una volta a Parigi, ero in televisione, e cantai “Non andare via”, mi commossi, non feci in tempo ad uscire dagli studi televisivi che fuori si era fermato il traffico… gente che ti abbracciava, ti baciava le mani, delle cose incredibili… ancora oggi ho la pelle d’oca. Ed è gente abituata ad apprezzare i grandi artisti. Loro di una Piaf si ricordano ancora, amano i propri artisti, anche troppo, delle volte, ma li difendono. Qui invece si cerca di distruggere, più si è un artista e più ci si può far male.

Il “Concerto per Patty” come è venuto fuori?

Quella è una cosa che mi è stata proposta. Io ero ragazzina, mi divertiva moltissimo avere un organico di quelle dimensioni…

… considerando che era il ’69…

… e poi avevo da fare sentimentalmente, perciò mi divertiva molto la cosa!!! (ride). Ma sai, io ero l’interprete, e tutto quello che facevano gli altri mi interessava. Era divertente entrare nella sala grande della RCA, non ricordo bene ma credo fossero novanta elementi e passa, il massimo dell’orchestra, più sessanta elementi d’orchestra effettivi e venti di coro. E poi, in realtà, feci il “Concerto per Patty” perchè c’era una cosa che mi piaceva, una nota molto lunga, e la cosa mi divertiva. Non era comunque facilissimo da cantare, e neanch’io ero pronta a cantare quelle cose. La stessa cosa mi successe per “La spada nel cuore”, che mi faceva schifo come canzone, ma c’era la parte centrale che era molto bellina, e per quello la salvai.

Com’è la tua discoteca, conservi tutti i tuoi dischi?

Io? (ride). Sono un pericolo. No, non posseggo nulla di mio, avrò due, tre nastri, e qualche disco distruttissimo, invece magari trovo un disco di Nina Simone, che avevo da quando ero bambina, o di Eartha Kitt, che mi avevano regalato quelli della “pop-art”, passando per Venezia, per dirti… e stranamente, malgrado i giri del mondo, cambi di casa, eccetera, mi ritrovo quei dischi, che non so come si siano ancora conservati, e non sono neanche tanto distrutti. Perciò il rapporto con me stessa, a livello di dischi, è tragico!

Che farà Patty Pravo nell’immediato futuro?

Ti ho già detto: potrebbe rientrare un discorso legato al teatro, o al cinema. Musicalmente so, ma è molto difficile spiegarlo a parole, cosa voglio usare della mia voce, che timbrica, poi tra l’altro, vorrei lavorare con Giancarlo Trombetti, un personaggio totalmente sano nella discografia, tra l’altro è lui che fece l’arrangiamento di “Tripoli”. Siamo molto amici, da tempo, e ci conosciamo molto bene, soprattutto a livello musicale. Poi ho degli autori che non sono assolutamente conosciuti: dei ragazzi molto giovani che scrivono a una certa maniera, con dei mondi che mi sono molto vicini, e sanno già cosa voglio tecnicamente e musicalmente, senza rompere le palle.

Ci sarà parecchia musica, molte sfumature, anche perchè a me non piace la voce troppo presente.

Io sono abbastanza soddisfatto delle risposte che mi hai dato…

… Eh beh (ride forte), adesso voglio vedere come tiri giù il tutto!
Il mio incontro con Patty Pravo termina qui. Mentre mi avvio in redazione per buttare giù il tutto mi viene in mente un’altra domanda che avrei voluto farle, poi due, tre, dieci, forse cento. Una carriera lunga e splendida come la sua non può esaurirsi con un solo incontro, ha ragione lei! Ed allora… alla prossima volta, cara, vera Signora della canzone italiana.


Fernando Fratarcangeli – Pagina inserita 23.6.2009

 

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