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PATTY PRAVO ▪ RED ▪ TRACKLIST

PATTY PRAVO ▪ RED ▪ TRACKLIST

PATTY PRAVO – NELLA TRACKLIST DI RED ANCHE FRANCO CALIFANO E GIULIANO SANGIORGI

Svelata la tracklist di Red, il nuovo album di Patty Pravo. Tante le firme note tra gli autori.

Patty Pravo si prepara a salire nuovamente sul palco del Festival di Sanremo questa volta in coppia con Briga con cui canterà il brano Un Po’ come la vita (qui il testo).

Nella settimana del Festival, l’8 febbraio, uscirà il nuovo disco dell’artista per Museo dei Sognatori con distribuzione Believe. L’album si intitola Red e vede coinvolti molti autori di prestigio.

Sulla canzone presentata a Sanremo, firmata da Zibba, Diego Calvetti, Marco Rettani e Briga, l’artista ha dichiarato:

“Un po’ come la vita è il suggerimento a prendere la cose dal lato buono del cuore, quello che ci aiuta a trovare quel “senso della vita” che dovrebbe guidare i nostri passi oltre ai muri che ci nascondono gli orizzonti… per essere finalmente in grado di trovare, dentro di noi, quegli spazi ‘infiniti come il cielo’ che ci rendono liberi e protagonisti della nostra vita.

In Red compaiono tra gli autori Giuliano Sangiorgi dei Negramaro che ha firmato Dove eravamo rimasti, Ivan Cattaneo autore della struggente lirica di La Carezza che mi manca, Giovanni Caccamo in Pianeti, Antonio Maggio con Padroni non ne ho, Fulvio Marras.

Nel disco anche un’autentica perla rara, un inedito di Franco Califano lasciato personalmente in eredità a Patty Pravo, Io so amare così. La canzone è stato scritta con Frank Del Giudice, già co-autore di Tutto il resto è noia.

L’album è stato prodotto e arrangiato da Diego Calvetti e, come già riportato qui, conterrà anche una nuova versione della hit firmata da Lucio Battisti e Mogol, Il Paradiso.

Ecco la tracklist:

1. La peccatrice (L’arte di fingere)

2. Un pó come la vita (feat. Briga)

3. Padroni non ne ho

4. Dove eravamo rimasti

5. Pianeti

6. Un giorno perfetto

7. La carezza che mi manca

8. Nessuno ti aspetta

9. Il Paradiso (50 Special Edition)

10. Io so amare così

11. Un po’ come la vita (Instrumental)

Foto di Claudio Porcarelli

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RISTAMPA LP “OLTRE L’EDEN” (LIMITED EDITION)

RISTAMPA LP “OLTRE L’EDEN” (LIMITED EDITION)


RISTAMPA LP “OLTRE L’EDEN” (LIMITED EDITION) , Etichetta “Compagnia Nuove Indye”

http://www.instagram.com/p/BrFam5PA3en/

La Compagnia Nuove Indye – CNI Music è una casa discografica italiana attiva a partire dagli anni ’90.

L’etichetta viene fondata all’inizio degli anni ’90 da Paolo Dossena, storico produttore musicale, paroliere e compositore italiano.

Nel corso della sua attività la Compagnia Nuove Indye ha avuto una particolare attenzione verso la musica etnica e dialettale, lanciando artisti come gli Almamegretta o gli Agricantus.

Ha inoltre pubblicato e distribuito diversi altri artisti tra i quali spiccano i nomi di Sud Sound System, Enzo Avitabile, Nidi d’Arac, A3 Apulia Project, Maurizio Capone.

Ha una propria distribuzione ed è presente con i suoi dischi anche nei megastores e nelle catene della grande distribuzione (Mediaworld). Per quanto riguarda il digitale ha un rapporto diretto per tutto il Mondo con la piattaforma iTunes.

https://it.wikipedia.org/wiki/Compagnia_Nuove_Indye

OLTRE L’EDEN – CNDL 19425 – 2006 – Ristampa CD con grafica differente a cura dell’etichetta indipendente “Compagnia Nuove Indye”. L’ordine dei brani è stato modificato rispetto all’edizione originale del 1989 ed il brano “Ragazza passione” è presente in una versione differente, già pubblicata nel 2004 all’interno del cd “8 Marzo e le donne del mondo” (venduto come supplemento del quotidiano “L’Unità”). Il libretto interno al cd contiene, oltre a tutti i testi delle canzoni, alcune fotografie inedite di Patty Pravo risalenti al 1989 ed un’interessante presentazione del disco a cura di Franco Zanetti.


Oltre l’Eden… – 0:00 (Patty Pravo – Giovanni Ullu)
Ragazza passione – 4:23 (Paolo Dossena – Patty Pravo – Tony Carnevale)
Terra di nessuno – 4:28 (Umberto Rivarola)
La viaggiatrice – Bisanzio – 4:27 (Paolo Dossena – Patty Pravo – Tony Carnevale)
Giardino degli aranci – 3:20 (Patty Pravo – Giovanni Ullu)
Cocci di chissà che cosa – 3:36 (Patty Pravo – Giovanni Ullu)
Penelope – 3:10 (Giovanni Ullu)
Un amore – 3:35 (Giovanni Ullu)


PATTY PRAVO (1968)

PATTY PRAVO (1968)


…io mi sono sempre domandato (e una notte me lo sono domandato così intensamente che non sono riuscito a prendere sonno) come mai escono ogni giorno long playing di cantanti meno bravi e noti di te e non è ancora uscito il tuo. Va a finire che qualcuno può anche sospettare che tu sappia soltanto cantare “Ragazzo triste come me e te…”, “Oggi qui, domani là”, o “Tu mi fai girar come fossi una bambola”. Lo so che tra spettacoli, televisione, radio, caroselli e tournées non hai mai avuto il tempo di chiuderti per una settimana in una sala di registrazione ma, perbacco, che aspetti a trovarlo? Non ti solletica l’idea che la gente possa finalmente apprezzare il gusto e la classe delle tue interpretazioni di “Old man river” o di “Yesterday”? E poi, dacci almeno la possibilità di avere nella nostra discoteca un tua bella foto di copertina formato trentatre giri…


DA UNA TELEFONATA IN FORMA DI RIMPROVERO FATTA A PATTY PRAVO DAL DISC-JOCKEY RENZO ARBORE E PRECEDENTE ALLA REGISTRAZIONE DI QUESTO MICROSOLCO

Con questo amorevole “appunto” di Renzo Arbore, inserito all’interno della copertina del primo album, inizia l’intrigante avventura discografica a 33 giri di Patty Pravo. Dopo due anni esatti dalla firma del contratto con la RCA e nel pieno del successo internazionale del singolo La bambola, i tempi sembrano maturi per proporre al grande pubblico un intero long playing. Oltre a La bambola (il brano che darà il titolo alle stampe dell’album destinate al mercato estero) la scelta delle altre dieci canzoni che compongono il primo microsolco, ricade inevitabilmente e in gran parte, sui recenti successi dell’artista, già pubblicati in versione 45 giri: Se perdo te, Qui e là, Se c’è l’amore, Ragazzo triste.

Non mancano però alcune sorprese, come Yesterday e la cover di To Give (The Reason I Live), diventata Io per lui dopo essere stata portata al successo, in Italia, da I Camaleonti (“Io per lei”). Due brani invece, non sembrano trovare una precisa collocazione in questo album d’esordio, Five foot two eyes of blue e Old man river: il primo, pur essendo un divertissement a ritmo di charleston, risulta alla fin fine più noioso che ironico, mentre il secondo, in un eccesso di interpretazione troppo americanizzata, sfocia nell’effetto caricaturale della parodia.

La vera sorpresa di questa sorta di compilation, in verità non molto ben assortita, rimane, a mio avviso, Ci amiamo troppo (cover di River deep mountain high di Ike & Tina Turner), un brano struggente, trascinante e dirompente, inciso magistralmente da Patty Pravo all’inizio del 1967, insieme ad altre interessanti canzoni (rimaste purtroppo inedite negli archivi RCA). Molto efficace anche la rilettura di I just don’t know what to do with myself, in italiano Se mi vuoi bene, composta da Burt Bacharach.

Un vero peccato, invece, l’esclusione di un brano che sicuramente avrebbe impreziosito l’intero microsolco, ovvero Canzone per te (di Sergio Endrigo), presentata dall’autore al Festival di Sanremo, edizione 1968, in coppia con Roberto Carlos. Di questo brano esiste un rarissimo provino, un’unica versione, tecnicamente imperfetta nel canto e poi mai più corretta e/o ripresa dalla cantante.

Una nota particolare la merita la copertina, realizzata da un’ormai mitico scatto di Fernando Muscinelli. E’ la fotografia di una biondissima e fatale Patty di bianco vestita, appoggiata come una bambola su un divano dai cuscini in pelle rosso fuoco, tipicamente Anni Sessanta. L’ultima Diva, sofisticata e irraggiungibile, “bella e impossibile”, ecco la cifra stilistica scelta e fortemente voluta per la costruzione e il lancio della nuova immagine del personaggio…

L’album, in verità premiato più dal pubblico che dalla critica, ottiene comunque un buon successo di vendite, sia nei confini del nostro Paese (il disco raggiunge anche il primo posto in classifica) che all’estero, dove viene ampiamente distribuito.


Una curiosità discografica: la stampa americana del disco contiene versioni differenti dei seguenti brani: LA BAMBOLA, SE C’E’ L’AMORE, SE MI VUOI BENE e FIVE FOOT TWO EYES OF BLUE.

Rosario Bono – 11.6.2011


http://www.vocidivine.altervista.org/

M i e l e  e  F i e l e

M i e l e e F i e l e


Ph di CLAUDIO PORCARELLI

GIUGNO 2007 – Nicoletta Strambelli, in arte La Pravo, torna a cantare. Canzoni di Dalida, che a sua volta aveva preso in dote canora da altri autori, ben felici di vederle ben presto diventare monete d’oro. Un bell’atto di coraggio? No. E’ il tentativo legittimo di allargare il consenso, se non altro per il fatto che (come ha rivelato a Fegiz) le canta perché è “viva”.
Non avendo ancora sentito nulla, l’ammiratore di entrambe è ad un bivio. Ignorare l’evento per non rovinare la chiaroscura leggenda di Jolanda Gigliotti, o abbandonarsi all’ennesimo colpo d’ala o di genio della Veneziana, col complesso da sangue blu? Ormai anche i suoi estimatori sperano che dopo le trasfusioni, sia di un aristocratico blu-smaltato-definitivo. Propendo per la seconda ipotesi. D’altronde in questi momenti di confusione dove è capitato di vedere alla Festa in onore di Padre Pio, i Pooh sculettanti che s’imitavano da soli, beh… Il Paradiso o All’inferno insieme a te cantati da lei in playback (con il burqa), in confronto sarebbero stati roba sacra.

Omaggio ad un’amica: i suoi rapporti personali con Dalida un po’ confusi? O forse restano racchiusi dentro la tenerezza di un ricordo? Mai comunque prigionieri di sottolineature, che francamente potevano risparmiarci, quelli che con un sadismo misogino brechtiano le hanno prontamente evidenziate sui forum in rete… Nicoletta non ha schemi mentali e forse li avrà raccontati così, senza troppo pensare, come fossero cose intime, che però un buon cronista dovrebbe saper lasciare nella penna. Esiste anche la “pietas” virgiliana, che sarebbe un modo nobile di rendere omaggio ad una signora della canzone, a mio avviso fortunata, ma infelice… In quanto a Jolanda Dark, credo che anche Lady Pravo si sia concessa molto “noir”. E giustamente, dico io! Stiamo parlando di donne vere, non di bambole!

Il bisogno di toccare il repertorio arabo di Dalida, che con le sue origini aveva un legame profondo, è stata la sfida più allettante. Ci sono interviste della Gigliotti che svelano come il suo cuore “martoriato” avesse sensibilità femminili e algide nei confronti di quella cultura. Che sia nato dalla necessità di stabilire con la sua origine veneziana, una classificazione orientale? Lo stile veneziano, a partire da San Marco, respira il sogno di emulazione che da Marco Polo fino alla fine del suo percorso storico, spinge la pittura, l’architettura, il costume e l’artigianato, la musica e il cibo, al confronto culturale e commerciale, con la cultura islamica. L’Oriente, sia cristiano che musulmano, amalgamato dai veneziani si è sparso sulla città, diventando una sintesi di stile che ha poi inondato tutte le coste del mediterraneo col suo segno inconfondibile. Il lessico vocale gigliottiano e la sua stessa fonazione hanno radici nella parlata araba. Il fascino di questa signora della canzone stava nel fatto che qualunque cosa cantasse o facesse, riusciva a restare sempre se stessa. Anche quando per quadrare i conti con l’età e l’evento mediatico ha dovuto lasciare l’Istinto e cavalcare la finzione, la Gigliotti ha sempre “usato il suo pelo”, e non s’è mai cacciata in testa quello finto… In lei l’uso della voce era naturale ed istintivo, primordiale. Le altre poi l’hanno imitata, penso a Milva, Loretta Goggi, Rosanna Fratello, la Carrà, Mina, Madonna e, perché no, alla Strambelli. L’uso scenografico dei capelli, che atavicamente ricorda la Maddalena che asciuga i piedi al Cristo, era a sua volta mediato da Rita Hayworth, la Gilda che si sfila il guanto come fosse un condom… Dalida roteava i capelli in una maniera da far rizzare i peli sulla pelle: sacro e profano in equilibrio perfetto. Prendeva le canzoni di successo degli altri e le stravolgeva con un testo diversissimo, che non teneva conto di quello originale. Chi lavorava per lei come paroliere, sembrava scrivesse sempre qualcosa di importante, così come lo erano i suoi vestiti; niente però che la rendesse prigioniera se non di un unico stile, il suo.

La Pravo invece quando affronta le cover, spesso le migliora partendo da dove gli interpreti originali le hanno lasciate scoperte. A parte Bambino che è il brano civetta, sono curioso di ascoltare le modalità interpretative di Darla dirladada, che io ricordo cantavamo nelle bettole con il ritornello che diceva “darla di dirla daghela”, presa da una parodia esilarante che ne faceva Isabella Biagini in Tv (non sono sicuro però se avesse passato indenne la censura Rai di allora. Che tempi!). Poi c’è Col tempo di Leo Ferrè, riproposta in italiano! Altra civetteria. Brani rappresentativi di scelte dettate più dall’istinto che da una logica. Come quella di cantare Bambino in arabo e napoletano facendone un inedito mix. Scelta logica per un pezzo della tradizione antica napoletana, e non per un pezzo anni Cinquanta, che ammiccò alla modernità di Carosone, annunciando Modugno. Mi pare che in una versione più tarda, la stessa Dalida ne cantasse un capoverso in napoletano… Ma chi conosce il percorso artistico e musicale di Nicoletta, sa che la curiosità e la voglia di sperimentare sono sue innegabili doti.

Ho tre ricordi personali riguardo Lady Pravo. Il primo, in una trattoria milanese, in Via dell’Orso, dietro alla Scala, dove la giovane diva arrivò con Vincenzo Buonassisi, giornalista “gourmet” a cui s’aggiunse poi Luciano Tallarini, uno degli ideatori delle sue copertine; allora, nello specifico dell’album, Si.. incoerenza del 1972, con arrangiamenti di Bill Conti e prodotto da lei stessa. Per chi se lo fosse dimenticato, un vertice di altissimo livello interpretativo, dove grafica, voce, arrangiamenti e miscellanea sono invenzione pura di uno stile che in Italia possedeva solo Milly. Canta Piccino, di Leo Ferrè, che è un inno altamente poetico per il mondo dell’infanzia, levigando le parole, poiché la musica di Conti lo pretende. Sarebbe da far ascoltare come “tormentone salvifico” ai preti pedofili. Milly (che da Roberto Negri aveva incocciato Medail, giovane e eccellente traduttore sia di “Piccino” che di “Col tempo”), rilanciata dal maestro Strehler come interprete di Brecht, alla domanda del maestro su chi altri allora avrebbe potuto affrontare quel repertorio, dopo aver ascoltato il disco di Patty, dichiarò (l’ho sentito con le mie orecchie): “Patty Pravo, credo sia l’unica che possa prendere il mio posto”. Certo le sirene del teatro erano rigorose e il maestro, chiamato dai nemici fata turchina (per via dei capelli tinti tendenti all’azzurro) un vero pigmalione. La cosa però non andò in porto, e io sono convinto che se la Strambelli avesse compreso la portata di quello che la sorte le aveva messo sotto il naso (Milva su quell’impegno ha giocato il valore della sua carriera), avrebbe ricostruito il suo personaggio fino a raggiungere la statura artistica di una Ute Lemper, conquistando quel peso artistico a livello mondiale che ha cercato invano, su strade difficili, dove ci voleva una pantera e non un colibrì. Colibrì d’acciaio comunque, che sfidando il mondo discografico si era intanto autoprodotta tre dischi importanti.

La bambola, passata indenne per Tutt’al più, di Migliacci/Pintucci, aveva sviscerato il confronto tra un istinto colmo di talentuosa aggressività e il bisogno di un inconscio riscatto, sia morale che spirituale, da parte di chi per un momento è consapevole che la fortuna ha concesso le sue grazie. Avrebbe fatto di lei una diva moderna, anticipando Madonna, passando magari per quel progetto che Francesca Sanvitale nominò proprio l’altro giorno in un’ intervista sul suo lavoro ventennale di capo struttura culturale alla Rai. Il suo sogno svanito fu uno show su Wanda Osiris, con Patty come protagonista. Lei rinunciò, come per Andromeda, dicendo di non sentirsi all’altezza. Così i suoi no a registi importanti, indici di un’autonomia che però, col senno di poi, ha pagato pegno. Sì… incoerenza, appunto… disco intenso, il secondo di quella trilogia che comprendeva Per aver visto un uomo piangere… del 1971, dove il velo arabo azzurro la faceva somigliare ad una Madonna laica, che si consola del suo mistero cantando Lanterne antiche. Album preceduto, nello stesso anno, da Di vero in fondo, con Soolaimon di Neil Diamond (da suonare ai funerali, per entrare danzando nell’eternità, incuranti di finire in Paradiso o all’ Inferno, o ancora peggio di scomparire per sempre nel Nulla Eterno).

Insieme con il resto, speriamo che tutti questi buoni propositi musicali di allora e di sempre, siano stati l’ispirazione giusta per sfidare oggi lo stile e il repertorio di Dalida. Il più di allora, con il molto meno del dopo, potrebbero diventare adesso un diverso intrigante…

Il secondo ricordo riguarda DOC, di Renzo Arbore dove era arrivata, tra le altre, con la canzone Un amore, sempre di quel benedetto Ullu, suo famoso stilista vocale. Cantò dal vivo, in maniera esemplare, caricando lo studio come una pila. L’invidia delle donne in studio, per la sua fisicità apollinea, era o di ammirazione assoluta, o viperina. Inconfondibile, sensuale, trasgressiva e sognante, a volte radente, a volte luccicante. Figlia di fragilità lagunari, costretta a praticare un autocannibalismo egocentrico (l’ho cavalcato anch’io il 68 di “Tripoli”, e altro non era che la rivolta contro la propria famiglia e la conseguente ricerca di un padre, di una madre o di fratelli sostitutivi che quasi mai si rivelavano migliori degli originali). La produttrice, la signora Manuti, che era una mia amica, avrebbe potuto darmi la possibilità di conoscerla finalmente, ma ho preferito di no. Della Pravo a me bastavano i dischi. Nicoletta, era un altare maggiore… Una specie di grande sogno dentro cui cercare l’inferno o il paradiso e risposte liquefatte di suoni, di una sessualità “problematica”, a cui lei come Pravo, avvolgeva intorno il gesto felino delle sue movenze androgine.

E adesso Nicoletta non ci costringa a farci le pippe mentali… Lo ha detto lei che è viva. Allora lo dimostri, soprattutto a quelli che la vogliono “consumata”. Le auguriamo di non fare come lei spesso fa, quando il destino con lei è magnanimo… Peter Pan lo vada a trovare nei giardini musicali di Kensington… Accolga la benevolenza delle Tre Grazie parnassiane, che tanto le hanno concesso, ma se poi vuol foraggiare le loro sorelle infernali, Grazia, Graziella , e Grazie al pene (che a volte conta più del pane) si accomodi… Se vuole quel famoso rispetto, che lei giustamente merita, impari che quello che è, non lo deve solo alla cosa su cui è seduta, e che ha fatto ammattire chi ha voluto, ma anche ai ragazzi tristi come me e tutti gli altri, che con motivazioni diverse compravano i suoi 33 giri a rate. Qualcuno (i più) per sculettare come lei, altri e sono molti, per abbandonarsi alle perle musicali, seminate Qui e là, contenute anche nei suoi dischi più cervellotici, ma mai noiosi. Un ragazzo bellissimo di Brescia, negli anni 70, aveva fatto un viaggio in Brasile per tornare “rifatto” come Lei. Il chirurgo di fama, si rifiutò facendolo curare dalla sindrome da “crisi di identità”. Oggi è felice in giacca e cravatta, poiché (e forse l’ha capito finalmente anche lei) la trasgressione più affascinate ed esclusiva è sembrare normali. La vita ha una gran pazienza, prima di abdicare, userei il buon senso, che era santo in papa Giovanni, poeticamente folle in Ezra Pound, gratuito e immaginifico in Peggy Guggenheim. Lei dice di averli conosciuti tutti ma da come si comporta sembra li abbia solo visti. Dice che andava in San Marco, non a messa, “ma no credo che la Siora Mare le abbia fatto mai mancar la sua protesion”. Lei, è della serie “faccia smorta, mona forta”.

Bill Conti, Luis Enriquez Bacalov, Paolo Dossena, Giovanni Ullu, Maurizio Monti, Shel Shapiro, Franca Evangelisti, tutti i cantautori italiani della RCA e moltissimi altri di cui spesso è stata la porta d’ingresso alla notorietà, si meritano un momento di rispetto, perché ognuno a suo modo ha aggiunto qualche tessera preziosa al mosaico del suo repertorio. Si faccia poi rispettare lei per prima, da chi volendo darle una mano, sembra riportare di lei solo la bizzarria estrosa della sua irrequieta origine lagunare. Non faccia il monumento a se stessa e mandi a “eragac” (si legge all’araba) con la sua erre moscia, chi vuole circuirla. Albert Einstein diceva (traduco a braccio): “Se la nonna non capisce cosa dici, stai zitto, perché ciò che dici, non vale nulla”. Sì, quella famosa nonna, che essendo mamma due volte le ha regalato lo spirito libero delle donne veneziane. La Des-de-mona lasciamola al Moro…

Chiudo con un altro brevissimo aneddoto. Nicoletta, un attimo prima che diventasse Pravo, fu Guy Magenta. Dopo averla sentita cantare non so dove, la meno ipocrita delle pettegole veneziane trasferitasi a Milano, ad una delle sue parenti che ne osannavano le doti canore, disse:”La se ciama Magenta, ma la val ‘na Cicca”. Alludeva al fatto che Milano ha due Porte con quel nome… Anni dopo invece si vantava d’averla conosciuta. Quando le ricordai quell’episodio, negò… Io le dissi “Che stronza! Chi disprezza, poi compra”. Questo credo, lo sappia bene anche il Negus. La smania e quel “missiamento” da pravite acuta sono latenti, sempre pronti ad esplodere. Visto che lei ha ricordato Dalida, come maestra del “fiele e miele” deve fare solo una cosa, essere sempre e solo se stessa. E per il resto, le cose le siano buone.

C a r m e l o S e r a f i n


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